Il tartufo e la polvere

Il tartufo e la polvere
Orientarsi nel centro di Milano è facilissimo, grazie al navigatore. L’uomo è felice quando scende dalla vecchia Mercedes familiare. Si assicura al polso la catenella a cui è legata la sua ventiquattrore e si prepara a un fine settimana milanese di affari e divertimento. Prima il divertimento. C’è questo vecchio locale dove si esibisce una sua vecchia conoscenza. Si chiama Bojana, la vecchia conoscenza, e si esibisce insieme a Svetlana e al pitone Fido. Il teatrino è pieno di quella minoranza di maschi che non si sono ancora arresi a internet e all’home-video e il porno lo vogliono vedere dal vivo. Dopo lo spettacolo l’uomo non può fare a meno di andare in camerino a salutare la sua vecchia amica. Manca ancora qualche ora alla replica serale, così Bojana, Svetlana e il pitone Fido decidono di dedicare all’uomo uno show privato, in nome dei vecchi tempi. Nella camera dell’hotel a tre stelle tutti si danno un gran da fare aiutati anche dall’alcool e dalla cocaina. Quando l’uomo si sveglia è solo, il portafoglio alleggerito di cinquecento euro e la Mercedes, lasciata parcheggiata sotto all’hotel, non c’è più. L’uomo è un macedone di quarantacinque anni, si chiama Bosko Sadik, è nubile, fa l’agente di commercio e vive in Piemonte, a Cassinasco, in provincia di Asti. Questo è quello che scoprono gli agenti dalla sua carta d’identità, quando lo ritrovano morto sulle gradinate del Duomo. Fin qui è facile. Ci vorrà invece l’autopsia per stabilire che l’uomo è morto soffocato a causa di un grosso tartufo conficcato in gola. E qui, per l’ispettore Arnaboldi, le cose si fanno maledettamente difficili. Soprattutto perché lui odia i tartufi. Nonostante ciò è costretto a partire per le Langhe a svolgere le sue indagini. In quei luoghi ameni e letterari dove apparentemente non succede mai nulla, l’ispettore farà conoscenza col maresciallo Lovisolo e con l’appuntato Baldi, ma anche con la sensuale Maria, trasferitasi al nord per sfuggire a faccende di mafia. L’ispettore scoprirà che vecchi cercatori di tartufi spariscono misteriosamente e conoscerà l’ambiguo albanese Igli Bakalli, titolare della ditta “Durazzo Delitartufo” per la quale il macedone assassinato lavorava…
Le langhe raccontate come fossero un B-movie degli anni settanta. C’è il Belbo, c’è Canelli, c’è il castello Grinzane Cavour, ma di Pavese, Fenoglio e Vittorini nemmeno l’ombra. In compenso ci sono giovani cuochi giapponesi venuti per gli stage nei prestigiosi ristoranti locali. Ci sono i pub e i sushi bar. Le aste telematiche con le principali città del mondo per vendere il tartufo bianco di Alba. C’è la volgarità pop della cultura global che azzanna anche certi luoghi mitici, con la sua sfacciataggine, con la sua voglia di denaro facile e divertimento. Brutture che finiscono per intaccare perfino la magia delle Langhe a novembre. Stefano Quaglia costruisce una storia folle ma decisamente divertente, che somiglia più a un fumetto d’autore che a un romanzo (ma questa non è certo una annotazione di demerito). I personaggi parlano, pensano e si muovono, in “tavole” perfettamente tratteggiate dallo scrittore. La lingua è viva e scrosciante, la narrazione procede in una sorta di discorso libero indiretto, dove non esistono i due punti e le virgolette, ma tutto appare lo stesso chiarissimo, in un frizzante mescolarsi fra dialoghi e pensieri. I riferimenti a Edwige Fenech, Alvaro Vitali, Gloria Guida e Bombolo, strizzano l’occhio al lettore, ma – a ben guardare – fra queste pagine transita anche Philip Marlowe, Orson Welles, Kurosawa, Takeshi Kitano, ma soprattutto Lupin III, Jigen, Zenigata e, naturalmente, Margot.

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