Il tavolo di ciliegio

Il tavolo di ciliegio
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Arjeta ha solo sei anni quando, per la prima volta, sente un formicolio nella testa, poi più nulla. Piccoli vuoti di memoria, brevi assenze. Un buio che dura pochi attimi. Con quel “difetto” ha imparato a conviverci. Si è trasferita da pochissimo a Berlino, dopo la fuga dalla Jugoslavia e gli studi di filosofia a Parigi. La sua è una famiglia orgogliosamente antifascista, che le ha trasmesso la passione per la poesia e le lingue. E le la lasciato in eredità un vecchio tavolo da cucina verde menta appartenuto alla nonna, arrivato nella sua casa di Berlino passando dalla Francia. Esattamente come lei. Ma questo non è il solo elemento che la lega a quel tavolo. Il trasloco diventa l’occasione per ripercorrere, con calma ed in profondità, la sua storia: ogni scatolone viene aperto ed ispezionato. Ogni oggetto, anche il più insignificante, rievoca una storia. Sbucano fuori centinaia di fotografie, senza un ordine logico o temporale. Tutte posate sul grande tavolo di ciliegio che ha una memoria e che aspetta il momento opportuno per raccontare tutto quello che ha visto e sentito negli ultimi cento anni. E poi ci sono le lettere di Hiromi e i vecchi quaderni di appunti. I ricordi si fanno lentamente spazio: i viaggi in Istria dalla nonna, la sua città sotto assedio, le parole di suo padre, gli amici, la permanenza a Parigi, l’amore per Arik…

A Berlino, Arjeta si sente finalmente a casa. Il vuoto del nuovo appartamento corrisponde al vuoto dentro di sé. Un vuoto che serve a mettere ordine, a fare chiarezza, a recuperare le risposte alle domande che da sempre le battono in testa. Ha avuto una vita piena e solo ora è pronta a ripercorrere la sua storia. Una storia che si intreccia con la storia dei Balcani, poco nota ai più, e che si fa racconto familiare, che diventa parte della storia di tutti: la dittatura di Tito, gli anni della guerra, dello smembramento della Jugoslavia. Le origini che ritornano, prepotenti. Lo stile smozzicato che salta da un ricordo all’altro, dal mondo fuori di sé a quello interiore racconta perfettamente l’intimità sopita che scalpita, un vuoto, un’assenza che riporta a se stessi. Quasi un diario, dolce e malinconico, che si sviluppa in soli sette giorni: una (ri)creazione, la rinascita. Ritrovarsi finalmente e far pce con il proprio passato. È la stessa Arjeta ad ammettere “volevo cambiare per diventare la persona che sono sempre stata, ma non sapevo nulla di me”. La resa dei conti con l’io più profondo perché, per quanto ci si illuda per tutta la vita, non si può sfuggire a se stessi per sempre.



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