Il teatro di Sabbath

Il teatro di Sabbath
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Mickey Sabbath, burattinaio ebreo di sessantaquattro anni dallo spirito dissacrante e dallo smodato appetito sessuale, piange la prematura morte della sua amante, l’immigrata croata Drena, protagonista di mille giochi erotici e stroncata ancora giovane da un tumore. È l’occasione per Sabbath di guardare al suo passato, pieno di amori infelici, morti, avventure e scandali, e di iniziare a preparare la sua uscita di scena dal palcoscenico della vita...

Che Philip Roth sia uno degli autori statunitensi più importanti del ‘900 non è una novità per nessuno, e del resto si evince con grande facilità dalle pagine di questo romanzo. Ironia, dissacrazione, satira liberal e un background colto che pervade tutto ma non viene mai esibito fanno da quinte ai due veri protagonisti sul palcoscenico della scrittura di Roth: uno humour nerissimo (ebraico, certo, ma anche ‘europeo’ in senso più generale) e un erotismo sfrenato, disperatamente ideologico. Il vecchio ‘satiro’ Sabbath, basso, panciuto, dalla barba caprina e dagli occhi di ghiaccio demolisce con apparente godimento e metodico puntiglio tutti i luoghi comuni della morale dominante: è fastidioso, pesante, monotematico, erotomane, lascivo, molesta ogni donna che entra nella sua vita con tale costanza da depurare l’atto della seduzione da qualsiasi straordinarietà, riconducendolo pagina dopo pagina ad una innocente animalità primeva. Il matrimonio e la monogamia (sua e di chi ha la ventura di incontrarlo) finiscono nel mirino di Sabbath, che ne mina le fondamenta con trascinante allegria, ma nella sua orgia iconoclasta il protagonista del libro di Roth ferisce in modo mortale la sua vita privata e si condanna, come sempre accade agli eroi dell’amoralità, ad una consapevole, terribile, infelice solitudine, nella quale gli fanno compagnia il ‘fantasma’ della madre morta e il ricordo di suo fratello, morto a nemmeno vent’anni durante la II guerra mondiale. A innescare il meccanismo dei ricordi, dei bilanci, del testamento umano che Sabbath va mano a mano compilando è la morte della donna che più di ogni altra, con la sua prorompente femminilità donata a piene mani a questo o quello, ha saputo essergli complice e compagna, la croata Drena. Una figura solare, vitale, che l’autore dipinge con sensuale efficacia e che fa da perfetto contrappunto al lugubre, lunare carattere del protagonista. Un libro scritto con maestria (e del resto non avrebbe potuto essere altrimenti, pena una noia mortale, viso che in più di 400 pagine non ‘succede’ praticamente nulla), mai morboso anche nelle scene di sesso più sfrenate e bizzarre, descritte con la nonchalance di un vecchio marpione, e pervaso da un afflato emozionale che sa regalare una commozione amara, profonda e senza cura.

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