Il teatro musicale del rock

Quando sale sul palco, ogni musicista rock oltre a suonare o cantare compie gesti accessori che vanno dalla camminata alla corsa, all’uso inconsueto di aste e microfoni, passando per dialoghi improvvisati con il pubblico, strizzate d’occhio alle prime file o addirittura baci, abbracci e stage diving sulla platea. Tutto questo insieme di attorialità gratuita è “virtualmente consustanziale allo spettacolo rock in generale”, un processo che fa collaborare “arti diverse, multimediale, che il teatro del rock sviluppa innanzitutto in senso performativo”. Le molteplici manifestazioni di questo processo creativo, apparentemente solo corollari della musica, possono variare in modo molto diverso a seconda degli stili e dei periodi musicali. Si va dalla fascinazione per il robotico dei Kraftwerk alla parodia sboccata e supertecnica di Frank Zappa, passando per il trasformismo sublime di David Bowie, fino ad approdare a forme di scena vicine al cabaret e al teatro. Per non parlare poi di tutto il lavoro di luci ed effetti speciali che amplificano il “testo” rock, facendolo approdare su lidi stilistici innovativi, dagli anni sessanta in poi ai confini con la psichedelia e la pura visionarietà…

Il saggio di Gianfranco Salvatore, professore di Storia della Popular Music all’università del Salento, musicista, regista teatrale e giornalista, parte da alcune riflessioni sulla teatralità del rock già accennate in due lavori pubblicati nei primi anni duemila sui Pink Floyd e sui Mothers of Invention. Gli studi precedenti e alcuni articoli sull’iconicità del rock hanno fatto scattare la molla per redigere il nuovo testo, che costituisce la prima parte di un lavoro in due volumi (il secondo darà dedicato a Jim Morrison, Frank Zappa, Pink Floyd e Genesis). La prima parte di questo è intitolato “Storia, Radici, Forme, Stili, Grammatiche” e introduce dal punto di vista teorico il linguaggio del rock, passando attraverso una contestualizzazione storica dei periodi analizzati; la seconda “Frontmen e discorsi collettivi” prosegue discutendo la teatralità (performativa o attoriale in senso lato) dei cantanti o delle band attraverso brevi monografie di artisti paradigmatici come Mick Jagger, David Bowie, Alice Cooper, gli U2 e molti altri. Un saggio che scava a fondo le connessioni fra teatro e origini del rock performativo con una prospettiva documentale oltre che innovativa (soprattutto per la parte sulla luminotecnica) molto completa, che non lascia nulla indietro e analizza l’argomento dal punto di vista storico, ma anche semiotico e tecnologico. Questa monografia ci fa ricordare - se mai l’avessimo dimenticato - che il rock non è solo un passatempo per giovani teenager, bensì una forma d’arte omnicomprensiva che ai suoi apici può servire come specchio analitico della società e delle sue contraddizioni. Restiamo in trepidante attesa del volume conclusivo.



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