Il tempo del male

Il tempo del male

Piove continuamente in quell’autunno svedese, una pioggia che ticchetta come gli orologi, rigorosamente meccanici e di altissimo pregio, di cui è appassionato Sam Berger. C’è una “lotta” intestina in polizia: lui è certo che Ellen Savinger, quindicenne scomparsa, sia in realtà l’ennesima vittima di un serial killer. Alla centrale di Kungsholmen però l’idea del serial killer non la vogliono nemmeno prendere in considerazione, il sovrintendente è sordo a qualunque richiamo e procede con l’indagine, certo peraltro che la ragazza sia ancora viva e che gli indizi, almeno alcuni, siano tali che solo lui possa capirli, perché a lui sono indirizzati. Il rapitore gli sta dicendo qualcosa di personale. Ne ha la conferma quando durante l’irruzione nella casa indicata da una telefonata anonima trovano delle trappole che lui si aspettava, trappole che nonostante i suoi avvertimenti hanno ferito uno dei suoi uomini. Ma è lui, Berger, che intuisce la presenza di uno scantinato nonostante la mancanza di porte, lui che impartisce l’ordine di cercare una botola, lui che quando lo trovano, entra insieme alla collega Deer e vede quello che per lui significa solo una cosa. Sono nel posto giusto, ma troppo tardi. Trova anche un minuscolo indizio, quello che lui sa essere lasciato per lui, una piccolissima rotellina dentata, parte dell’ingranaggio di un orologio. Allan Gudmundsson, ispettore capo della polizia criminale, sembra voler indagare sullo stesso Berger, non crede all’intuizione, non ammette che il ragionamento del sovrintendente sia null’altro che seguire il pensiero di un assassino...

Un giallo affascinante almeno nella prima parte, poi la trama diventa decisamente complicata e troppo spesso trascina il lettore in ragionamenti e tempi che allontanano dall’indagine. L’argomento attorno a cui ruota il romanzo è duro, si parte da minori scomparsi, probabilmente vittime di un serial killer o forse qualcosa di peggio, come sembrano indicare quegli ingranaggi, qualcosa che viene dal passato di Berger di cui adesso gli viene chiesto il conto. Una scrittura che sebbene le trecento e rotte pagine coprano quello che accade in poco più di una settimana è lontana dalla lentezza del classico giallo nordico, difficile trovare un nome a cui accomunarlo o assimilarlo, rimane il fatto però che le diramazioni e le ripetizioni, che indubbiamente servono a rafforzare i concetti, sono troppe. Anche i colpi di scena francamente risultano un po’ eccessivi. E non agevola la lettura neanche il fatto che i rami della storia si allunghino in tutto il mondo, con coinvolgimenti di più organizzazioni criminali, che vanno dalla mafia albanese all’Isis. Dahl qui inaugura una nuova serie, in cui si intravedono gli embrioni del futuro gruppo europeo che troveremo nella serie OpCop, dove peraltro incontreremo di nuovo Berger. Un romanzo – se mi si consente l’espressione un po’ abusata – perfetto per le giornate a bordo piscina o per lunghe ore all’ombra in un parco. Da leggere senza incaponirsi, lasciando guidare i protagonisti, con quel giusto filo di coinvolgimento e attenzione quando il traffico aumenta.



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