Il tempo della strada

Il tempo della strada
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Ted Balermem fa il becchino. È una professione dura, la sua. Poco comune e molto difficile. È una professione per cui serve pelo sullo stomaco, per cui sono necessari forza e coraggio per affrontare tutta la morte che la circonda. Vive a Calavery Pier, sobborgo senza pretese dove conduce una vita piuttosto tranquilla, fatta di piccole cose e vecchie abitudini. Le sue giornate scorrono serene, senza scosse di sorta, ma il suo è un lavoro particolare, un ambiente assai ambiguo, che lo condurrà, suo malgrado, sulla strada di una serie di sparizioni misteriose. Sparizioni collegate tra loro, il cui filo conduttore sarà la trama che unirà persone all’apparenza lontane e senza niente in comune…

A volte si pensa che sia sufficiente avere in testa una buona storia. Ci si sveglia nel bel mezzo della notte, reduci da un sogno incredibile che non ci si scrolla di dosso, e quel sogno diventa un’idea. Diventa una traccia appena abbozzata, l’incipit di qualcosa di grande, e, alla maniera hitchockiana, si annotano poche righe su un taccuino. O forse ci si sente pervasi dall’ispirazione sul posto di lavoro. Quel gesto ripetuto ogni giorno, meccanico, noioso, del tutto anonimo, appare d’un tratto interessante e degno d’essere raccontato. Insomma, a volte pare sufficiente avere poco in mano per scrivere un buon libro. Ma la letteratura è un’altra cosa. La scrittura è un’altra cosa. La scrittura o ce l’hai o non ce l’hai. E Umberto Mantoni non ce l’ha. Nato a Senigallia nel 1981, dove lavora come becchino, esattamente come il personaggio del suo romanzo d’esordio, si è lanciato in un’impresa che è con tutta evidenza più grande di lui. Il tempo della strada non è un racconto, non è la narrazione di un evento che si estende in un lasso di tempo determinato: è una descrizione ‒ e pure abbastanza effimera e poco interessante ‒ di qualcosa che, banale, statico, cadenzato lentamente e in modo incerto, pare quasi che non voglia essere raccontato. Si avverte, l’inesperienza di Mantoni. Nello stile scialbo, nella narrazione flemmatica e ripetitiva. Nella trama che ha un sentore di già visto. Nei personaggi che di speciale non hanno alcunché, nel tratteggiare i quali l’autore ha deciso di scremare appena la superficie, senza scavare a fondo. È inesperienza, la sua, certo, ma è anche mancanza di verve. Quella verve che è una dote innata di chi fa o vorrebbe fare il romanziere, che si affina nel tempo con l’esercizio, lo studio e la lettura. Un talento di nascita, una vocazione, che con gli anni si traduce in disciplina e accuratezza. Tutte cose che, a leggere questo romanzo, sembra a Mantoni manchino del tutto.



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