Il tempo materiale

Il tempo materiale
Nel 1978, in una Palermo diversa da quella che spesso ci hanno raccontato, perché è una Palermo se non vera possibile, sicuramente non stereotipata, in una Palermo che dunque potrebbe essere qualsiasi altro luogo, Nimbo, Scarmiglia e Bocca “lucidi, separati, ostili. Undicenni lettori di giornali, ascoltatori di telegiornali. Della cronaca politica. Concentrati e abrasivi. Critici, tetri. Preadolescenti anomali” osservano il mondo, cercano di viverlo, e decidono di diventare terroristi. Vagano per la città, la esplorano fin dentro le viscere nel tentativo di comprenderla (nel senso di capirla ma anche di contenerla), inventano una lingua priva di parole e fatta di soli gesti, l’alfamuto, e, brigatisti in miniatura, agiscono arrivando perfino a sequestrare e uccidere...
“Siamo colpevoli di linguaggio”, dice ad un certo punto uno dei tre protagonisti. Perché Il tempo materiale è un romanzo sul linguaggio ed è sul quel fronte che si gioca tutto: nell’opposizione col dialetto (“Per loro le parole sono chiodi e martello, dice, cucchiaini e coltelli. Servono a dire, solo a dire, e nient’altro. Capiscono solo il dialetto, dico. [...] Noi conosciamo il piacere del linguaggio, dice”), ancor più che nell’analisi minuziosa, quasi una dissezione, della lingua e del lessico delle BR, e nella conseguente e necessaria opposizione col silenzio (“Perché ancora balena il linguaggio quando vorrei solo entrare nel silenzio?”).
Molto è stato scritto e detto sulla lingua di Vasta. C’è stato anche chi, travisando, ha tirato fuori l’aggettivo ‘barocco’. In realtà, la lingua di questo libro è sì ricca, ma è soprattutto infetta e tossica (“avevo avuto la sensazione [...] che il linguaggio fosse un'epidemia dalla quale non cercare scampo”, dice Nimbo, il protagonista, nelle primissime pagine), volutamente ostentata (ma mai preziosa nel senso peggiore, ossia falsamente ricercata o affettata). Il tempo materiale è poi anche un romanzo sull’infanzia, un’infanzia alla quale si fa fatica a credere all’inizio, perché è lontana e diversa da quella alla quale siamo abituati (“sono un ragazzino ideologico, concentrato e intenso, un ragazzino non ironico, anti-ironico, refrattario. Un non-ragazzino”), un’infanzia per certi versi inverosimile e, paradossalmente, molto realistica se non reale. Forse non siamo davanti al capolavoro al quale si è gridato, ma di certo si tratta di un romanzo importante, pieno di pagine che potrebbero fare da preludio a una riflessione ampia e multiforme, un romanzo che sarebbe un errore, però, circoscrivere alla sola ideologia e che, a tratti (specie quando compare il personaggio di Morana), sfiora il sublime.

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