Il terminale uomo

Il terminale uomo

Harry Benson, un programmatore di computer ossessionato dall’idea che le macchine vogliano impadronirsi del mondo, soffre di una grave forma di epilessia del lobo temporale che gli causa improvvisi raptus omicidi, seguiti da amnesia. Un’equipe di neurochirurghi decide di impiantare nel cervello di Benson una sorta di pacemaker cerebrale controllato da un computer che blocchi sul nascere gli attacchi epilettici. Ma qualcosa va storto…

Dell’esordio del Michael Crichton autore di pulp a getto continuo, prodotti da edicola senza nessuna pretesa artistica scritti quasi sempre sotto pseudonimo, si sa poco e poco è rimasto. Questo sgangherato romanzo potrebbe forse avere il pregio di farci immaginare quel Crichton, così lontano dal metodico creatore di best-seller, dallo chef insuperabile nel combinare gli ingredienti della scienza e della fantasia che conosciamo da un paio di decenni. Altre virtù francamente è difficile trovarne, se non forse i richiami a certo cinema ‘fantastico’ dei ’70 (quello per capirci inserito nell’antico e nobile filone della fanta-chirurgia, con effetti invariabilmente devastanti): Il terminale uomo è altrimenti assai carente sia dal punto di vista della plausibilità (ma questo sarebbe in fondo un peccato ‘aggirabile’ semplicemente dimenticando per un momento chi ne è l’autore) sia soprattutto della costruzione narrativa vera e propria: la suspence creata nella prima parte della vicenda (quella per intenderci precedente all’intervento chirurgico al cervello dello psicopatico protagonista) si risolve praticamente in un nulla di fatto, colpi di scena neanche a parlarne, profondità psicologica dei personaggi nisba, brividi non ce ne sono, sbadigli in compenso sì, purtroppo. E certo non aiuta il lettore di oggi (anche se questa non è una colpa di Crichton, ma solo una sfortunata coincidenza) il fatto che la parte ‘scientifica’ del thriller sia incentrata su ‘avveniristici’ computer a nastro perforato e su un approccio alla neurochirurgia che si è rivelato una strada senza uscita. Fortunatamente, visti i risultati. In definitiva, un romanzo consigliabile solo ai fans ‘duri e puri’ di Crichton (presente!), che avranno modo leggendolo di apprezzare ancora di più altri suoi capolavori.



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