Il testimone

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Julio Valdivieso quasi non riesce a crederci: dopo ventiquattro anni di vita in Europa è tornato in Messico, nel suo Paese. Eppure è proprio così: il suo nome è scritto sulla ricevuta dell’hotel, la camera 33 è la sua, il fattorino che lo ha accompagnato sta attendendo la mancia e sta squillando il telefono. Chi lo chiama si presenta come il Vikingo, un vecchio amico, frequentava il seminario di Orlando Barbosa anche lui. Julio proprio non ricorda: ma com’è possibile, si chiede l’altro, che svela il suo vero nome, Juan Ruiz e che di lui si ricorda bene, stava insieme alla cilena Olga Rojas! Comunque non importa, Juan ha bisogno di vederlo e prima che Vladivieso possa controbattere, si ritrova ad aver accettato un invito a cena, proprio quell’invito che non aveva voluto accogliere da sua madre, per non rendere il suo rientro in Patria troppo austero. La doccia calda rievoca antichi ricordi… la sua Olga, con cui non è mai stato insieme, ma che ha sempre amato: ed eccolo spuntare come dal nulla il Vikingo, un nuotatore provetto, di quelli che in piscina non li batteva nessuno. Ricorda anche perché lo chiamassero così: si lamentava sempre dell’acqua delle vasche, troppo tiepida per i suoi gusti. Dopo la doccia, una buona quantità di profumo lo risveglia, riportandolo alla realtà. Gli basta però uscire dalla stanza e incrociare un torero pronto per la corrida, fare due passi fuori dall’hotel ed entrare nel “Los Guajolotes”, il ristorante con le sue tovaglie verdi e bianche e le sue pareti di vetro, per veder svanire ben ventiquattro anni di vita fuori dal suo Paese. La sensazione che prova è quella di non essersene mai andato, di essere sempre stato lì, sprofondato in quella sedia, a guardare il traffico fuori da quella parete di vetro. Immerso nel suo ritorno a quella realtà che gli sembra di non aver mai abbandonato, sente la voce di Juan Ruiz, il Vikingo. Non lo ricordava così grassoccio e con quegli occhialini, del resto non ci pensava proprio a lui. Julio è tornato in Messico per svariate motivazioni e sicuramente il Vikingo non è tra queste. Chiacchierano i due uomini, bevono e Juan provvede a far arrivare tramite corriere espresso quelle noccioline che tengono sveglio e sollevano il morale, lusso (??) di cui Julio non ha mai goduto a Parigi. Tra un boccone, una bevuta e un po’ di allegria, il Vikingo gli racconta di avere un’idea geniale: vuole scrivere una sceneggiatura sulla guerra cristera! Gli sembra un’ottima idea, in questo momento storico del Messico, sicuramente una cosa così risveglierebbe le coscienze e unirebbe gli animi. L’uomo svela di voler creare una telenovela-denuncia, di quelle che sputano fuori tutte le losche verità nascoste dal governo. Di materiale ne ha tanto il Vikingo, di quello che scotta e tanta di quella documentazione gliel’ha fornita lo zio di Julio. Ruiz gli fa pertanto, quella che a lui sembra una lecita richiesta, cioè collaborare a ricostruire i fatti passati, per un senso di giustizia. Le cose in Messico politicamente sono cambiate, ma per il popolo è un fatto illusorio, spiega il Vikingo, è stato come cadere dalla padella nella brace…

Un libro dalla trama compatta Il testimone di Juan Villoro, in cui l’intreccio molto forte tra le rimembranze storiche e quelle personali, dà vita ad una potente narrazione, alleggerita da una scrittura amabile e gradevole. Il ricordo del Messico che fu, quello che il protagonista non ha vissuto per ben ventiquattro anni e che non c’è più; il ricordo della rivolta dei cristeros, più comunemente conosciuta come La Cristiada – la rivolta popolare avvenuta in Messico, tra il 1926 e il 1929 contro le politiche laiciste e anticattoliche che impedivano la libera professione della fede – e pezzi di storia furbescamente celati, ai quali il Paese non ha mai guardato veramente in faccia. Un condensato di emozioni e sentimenti, il romanzo di Villoro, legato alle rievocazioni politiche, nazionali e governative, che si alternano a quelle strettamente personali, come il ricordo di affetti in cui il protagonista identifica la sua terra. Uno dei personaggi rievocati dallo scrittore messicano, sin dalle prime pagine del libro è il poeta Ramón López Velaverde e la comparazione della sua vita a quella degli eventi nazionali messicani, diventa uno dei fili conduttori del romanzo. Come in altri suoi articoli e libri, anche ne Il testimone – vincitore del premio Heralde e del premio AISI 2017 come migliore traduzione – Villoro utilizza il potere evocativo della parola, potere di cui è fermamente convinto, avvalendosi di una penna delicata per stilare parole forti e dirette, libere dal timore di parlare di fatti per anni taciuti. Un romanzo avvincente e vincente, in cui l’autore riesce a tessere un ordito di ricordi, senza perdersi in inutili disquisizioni, consegnando al lettore un libro intriso di storia e vive emozioni.

 


 

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