Il torto del soldato

Il torto del soldato
Avere obbedito o essere stato sconfitto? Qual è il torto di un soldato tedesco macchiatosi durante la seconda guerra mondiale di orribili nefandezze? Quel che è certo è che le sue colpe lo hanno inesorabilmente condannato ad una perpetua dannazione e nessuno sfugge al proprio destino. Entra in scena a spettacolo già avviato il soldato, un ex ufficiale nazista, ricercato come criminale di guerra; fuggito prima in Argentina e poi in Austria, ha ben nascosto la propria identità sotto la divisa  innocua di un postino, ma pesa sulle sue palle e sulla sua coscienza l’orrore dell’uniforme tedesca. Ha una figlia, spacciata a lungo per nipote; lei è affascinante, è bella, ha lavorato come modella per l’Accademia di Belle arti di Vienna e conosce la leggerezza della nudità, osservata e ritratta, mentre immobile lascia correre lontano l’immaginazione e i molti pensieri: per venti anni le è stata taciuta la tragica realtà di essere la figlia di un ex nazista ancora impunito; la verità le è stata comunicata in un giorno come tanti, in una mezz’ora che ha lasciato giusto il tempo di rimettere in ordine la trama e l’ordito di un’esistenza da reincorniciare. Ha accettato quel padre, ha scelto di non voler sapere null’altro del suo passato, ma anche di non trasferire ad altra progenie i suoi stessi geni. Per la figlia, il torto di avere obbedito agli ordini di eseguire assurdi ed atroci crimini è intollerabile, per il padre, invece, la colpa del soldato risiede soltanto nella sconfitta, perché “la vittoria giustifica tutto”. L’ex soldato trova nell’ossessione per la kabbalà ebraica la spiegazione di ogni cosa, del fallimento e della sconfitta del nazismo e in un delirio di lettere e numeri, si convince che tutto era pronosticabile fin dall’inizio. Di passaggio per un rifugio tra le vette del Tirolo, tra pastosi boccali di birra e odore di frittelle, padre e figlia catturano l’attenzione di uno scrittore con una passione irrefrenabile per la lingua e la letteratura yiddish…
È questi, in verità, la voce narrante che accoglie e accompagna il lettore per buona parte del romanzo, in cui storie della Shoah e lettere dell’alfabeto ebraico si rincorrono e prendono forma come l’armonica danza di un volo di storni. Il suo narrare poetico si interrompe giusto in tempo per permettere alla donna, eterea e corporea al contempo, di riportare indietro le lancette del tempo, di raccontare con il tono suadente e le dolci digressioni di una voce femminile, stralci di ricordi: di un’infanzia vissuta tra l’Austria e l’isola di Ischia, di un amico un po’ speciale e di ciò che in lui ha amato, fino a ricostruire l’antefatto di quel momento, di quell’incontro nella locanda di montagna. Lo scrittore, l’uomo chino sui fogli scritti in yiddish, potrebbe essere il suo amore conosciuto ad Ischia o, forse, è lì per annunciare al padre che è arrivata l’ora della sua cattura? Le storie si intersecano e i doppi, finalmente, si ricongiungono. La trama si conclude in modo inaspettato, come in un romanzo giallo. Il finale arricchisce di senso e coerenza l’intera storia, chiudendo con maestria il cerchio narrativo. “Per chi scrive storie all'asciutto della prosa, l'azzardo dei versi è il mare aperto”. Un passato come dirigente di Lotta Continua alle spalle e poi, tanti mestieri diversi come magazziniere aeroportuale, operaio alla Fiat, muratore e autista di convogli umanitari: De Luca è un fascio di luce che attraversa un caleidoscopio e permea le sue pagine di intensa vitalità e bellezza. La poetica rapsodica del romanzo ruota intorno a due grandi passioni dell’autore: l’ebraismo e la montagna. Nella ricerca continua del senso delle cose e della verità. Lo stile è intriso di lirismo, mai appesantito da inutili orpelli, ma non di rado, è utile per il lettore ritornare sui suoi passi e soffermarsi su alcune righe, dense della profondità delle riflessioni di un sessantenne che ha scelto di andare per l’alto mare aperto.

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