Il trafugatore di salme

Il trafugatore di salme

Non c’è sera che faccia eccezione nel salotto del “George”, a Debenham: ci si ritrova con il proprietario del locale, l’impresario di pompe funebri e Fettes. Tutti a Debenhan conoscono il vecchio Fettes, spesso avvolto in un mantello blu di cammello. Ha raggiunto la cittadina scozzese da giovane e non se n’è più andato. Ora è poco più che un vecchio ubriacone, si fa fuori cinque bicchieri di rum a sera e talvolta è colpito da accesi d’ira, batte il pugno sul tavolo durante conversazioni accese. Il più delle volte però rimane in silenzio in un angolo del salotto, inebetito dall’alcol e perso nei suoi segreti. Lo chiamano “il dottore” perché è evidente che ha conoscenze di medicina, ma in realtà nessuno sa nulla del suo passato: nessuno sa da dove venga, né che cosa l’ha portato in quella cittadina, né tantomeno cosa stia cercando di affogare nel rum. Una notte d’inverno al “George”, complice la recente inaugurazione della ferrovia, un noto medico di Londra arriva in tutta fretta per assistere un suo facoltoso paziente colto da malattia improvvisa. Il dottor Wolfe Macfarlane si trova così di nuovo al cospetto di Fettes, quasi fosse un fantasma venuto da un passato impossibile da dimenticare…

L’isola del tesoro del 1883 è indubbiamente uno dei maggiori successi dello scozzese Robert Louis Stevenson, eppure dopo soli tre anni quel capolavoro della letteratura è stato affiancato da Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde. Pochi sanno però che nel 1881 Stevenson compone il racconto principale di questo piccolo volume curato e tradotto da Livio Crescenzi che appare a tutti gli effetti come una sorta di anticipazione. Le atmosfere, i temi, i personaggi ricordano infatti quelli del ben più famoso romanzo. A far da cornice un luogo reale, il cimitero di Glencross a nove miglia da Edimburgo, un luogo evidentemente molto importante per lo scrittore che poco prima della sua morte, dall'isola di Samoa che aveva scelto come dimora, scrisse ad un suo amico di pregare per lui proprio in quel luogo. Il volume raccoglie anche quindici favole, quindici brevi scritti che racchiudono tutta la perizia dello scrittore scozzese che non ottenne grande fama nell'epoca in cui è vissuto, accumunato nella sorte a Botticelli, nell'introduzione di Livio Crescenzi che sottolinea come “a volte l’arte passa sotto il naso di scrittori e di accademici distratti”.



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