Il treno dei bambini

Amerigo Speranza, che di soprannome fa Nobél perché sa un sacco di cose che ha imparato dalla strada, ha quasi otto anni nel 1946 e sua madre Antonietta ha deciso qualcosa per lui. Del resto il padre di Amerigo, che lui non ha mai conosciuto, forse è partito per l’America per fare fortuna e non si sa se tornerà. Si è sparsa la voce che esistono dei treni speciali che si porteranno via i bambini ma non si è ancora capito dove. La capa e’pezza (la suora) dice che saranno portati in Russia per essere messi nei forni, altri dicono che andranno in America a lavorare, ma soprattutto si dice che partiranno solo le creature “malamenti” e quelle sane rimarranno con le madri. In ogni caso è una grande opportunità per tutti i ragazzini del Sud, ancora di più devastato dalla guerra, che in questo modo potranno essere aiutati da tante famiglie del Centro-Nord dell’Italia…

“Io sono figlio unico, dato che con mio fratello maggiore Luigi non abbiamo fatto in tempo a conoscerci. Non abbiamo fatto in tempo neppure con mio padre, sono nato in ritardo con tutti.” È con questa simpatia che Amerigo racconta tutte le sue avventure interpretando le vicende che accadono con l’ingenuità dell’età ma anche con l’intelligenza dei bambini abituati ad arrangiarsi. Con i suoi amici Tommasino e Mariuccia, e con ai piedi scarpe rotte e sformate poiché sono state calzate da altri che gli hanno dato la forma, Amerigo da un basso napoletano sale sul treno dei bambini diretto in Emilia a casa di una famiglia “adottiva” per trascorrere con loro qualche mese e riprendersi dalla malnutrizione. Che paura che fa però pensare di essere stato abbandonato dalla mamma, anche se Amerigo prova tanta curiosità verso la famiglia che non ha mai avuto. Trova le carezze delle altre “mamme”, quelle stesse che la sua non sapeva fare, piatti pieni, accoglienza e scolarizzazione. Nonostante la tenerezza e l’ilarità che ci ispira il romanzo, l’autrice riesce a farci fare un salto nell’Italia del Sud nel primo dopoguerra durante il quale c’era ancora miseria e fame. Il Partito Comunista insieme con l’Unione Donne Italiane dopo la guerra aveva organizzato il trasferimento dei minori dal Sud Italia al Nord, soprattutto in Emilia Romagna, a casa di persone che potevano occuparsene, generalmente contadini che soffrivano meno delle privazioni post-belliche ma soprattutto che si distinguevano per una grande solidarietà di classe. Una storia poco conosciuta che è importante raccontare per comprendere l’anima di un’Italia devastata dalla guerra ma ancora capace di umanità. Un romanzo che strappa sorrisi, che commuove e fa pensare. Viola Ardone, napoletana, insegnante di liceo, riesce a raccontare con sensibilità una storia dolorosa ma anche solidale e fondamentale del dopoguerra che sembra lontano ma che, se ci giriamo, è proprio dietro di noi.



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