Il trucco e l'anima

Il trucco e l'anima
“Una panchina lungo la ribalta, dinanzi alla buca del suggeritore. E gli attori seduti l’uno accanto all’altro, con la schiena al pubblico, per assistere al monodramma di Treplëv, interpretato da Nina”: è questa la prima immagine del Gabbiano di Čechov, messo in scena al Teatro d’Arte di Stanislavskij e Nemirovič-Dančenko la sera del 17 dicembre 1898. Non si tratta di una prima assoluta. Due anni prima, all’Aleksandrinskij, il lavoro era caduto miseramente. Gli attori sono inquieti, tesi come corde di violino, consci che lo stile sommesso di Čechov potrebbe farli cadere come birilli. L’odore delle gocce di valeriana aleggia nell’aria. Sarà un nuovo insuccesso? Febbraio 1922: il regista Evgenij Vachtangov sta morendo. Sprofondato in una poltrona della platea, seminascosto sotto le coperte e bruciante di febbre, segue – testardamente infaticabile, ostinato e accanito come solo i moribondi possono esserlo – le prove dei suoi attori, impegnati nell’evocare il fantastico mondo della principessa Turandot in uno spettacolo tanto aereo e gioioso quanto straziante... 1926: Chlestakov, essere larvale e sinistro, issato su gambette da insetto, la faccia pallida, fa la sua comparsa sulle scene del TIM, il teatro di Mejerchol’d, nell’allestimento del Revisore di Gogol’. Figura d’incubo, quasi che il regista l’abbia concepito come sgherro al soldo di potenze soprasensibili, il falso revisore si staglia al centro di uno spettacolo fulgido, visivamente esaltante, ma con uno spiccato retrogusto luttuoso...
C’è qualcosa di profondamente scorante nella fragilità degli spettacoli teatrali, nella loro incapacità di affrontare lo scorrere del tempo come invece ne sono stati capaci, che so, i marmi del Partenone o addirittura qualche pittura preistorica. Il fatto è che i capolavori del teatro si sciolgono come statue di sale, evaporano ineluttabilmente, lasciandosi dietro qualche immagine sbiadita e imprecisa, l’eco impercettibile di una meraviglia che scaturiva dal rapporto vivo e pulsante tra attori e spettatori, uniti, in un unico respiro, dalla forza dell’hic et nunc. E se uno studioso di teatro potesse scegliersi un “qui e ora” da esplorare, viaggiando a ritroso del tempo, è molto probabile che sceglierebbe proprio la Russia dei primi decenni del Novecento, quel paese della cuccagna in cui si aggiravano Stanislavskij e Mejerchol’d, Tairov e Vachtangov, e in cui si poteva assistere a spettacoli che nel tempo si sono caricati di valenze nostalgicamente mitiche. Ma anche senza macchine del tempo, semplicemente fondendo documenti e testimonianze alla propria passione e alla propria fantasia, lo slavista Angelo Maria Ripellino (“Ciascuno ha una sua età d’elezione, un suo “âge d’or” personale. Noi avremmo voluto vivere a Mosca nel tempo di Mejerchol’d”, confessa) ha saputo magicamente evocare quell’irripetibile periodo del teatro, trascinandoci in una scorribanda appassionata e appassionante attraverso le vite e gli spettacoli di straordinari registi, artisti le cui creazioni continuano, ancora oggi e nonostante il velo sempre più fitto del tempo, a sedurre e commuovere. Ripellino, “spettatore dislocato” (la definizione è dello studioso Ferdinando Taviani) pieno di nostalgia, nonché scrittore suggestivo e seducente, è stato davvero capace di racchiudere scintille di vita tra le sue pagine. Sfogliandole, si ha, netta, la sensazione di vivere un’esperienza, di trasformarsi in spettatori partecipi ed emozionati – nella sala del Teatro d’Arte o in qualche fumoso cabaret. Un capolavoro che è già un classico. Esaltante.

 

 

 
 
 
 
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