Il tuo nome è una promessa

Il tuo nome è una promessa
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Rebecca viene inviata per lavoro in Albania. Sono gli anni Novanta, gli anni in cui il Paese sta ancora cercando di tirarsi su dai cambiamenti epocali che l’hanno sconvolto in maniera ineluttabile. Gli anni degli sbarchi nella vicina Italia ripresi da tutte le televisioni alla ricerca di un futuro migliore. Il suo presente sarà a Tirana, lontano da suo marito e sua figlia, che la raggiungeranno quando si sarà definitivamente sistemata. Sa quanto è importante la sua presenza in quel determinato periodo storico, perché, insieme alla sua organizzazione non governativa, dovrà attuare progetti per facilitare il processo di rinascita della nazione. Ad attenderla c’è Andi, il suo assistente, che deve aiutarla a scoprire un mondo a lei sconosciuto, fatto di religiosità e superstizioni, di tradizioni ancestrali e aperture verso la modernità. Rebecca, in realtà, quel paese ce l’ha nel DNA. La sua famiglia è tra quelle che ricevettero un visto consolare dall’Albania, unico paese negli anni Trenta ad accogliere ebrei, quando i vertici nazisti li costrinsero a lasciare le loro case in Germania. Un’ospitalità che, purtroppo, non durò a lungo. Lo sa bene Abigail, la sorella minore di sua madre, che, scampata agli orrori del campo di concentramento tornerà in quello stesso piccolo lembo di mondo di cui aveva imparato anche la lingua. La sua vita sarà in tutto e per tutto albanese in una famiglia che non è in realtà la sua ma che l’aiuterà, pur con mille riserve e rinunce, a dimenticare tutto quello che ha passato. L’unica cosa che avrà sempre in mente però è l’amore per quella sorella, che un giorno, ne è sicura, è sicura di rincontrare…

Romanzo a due voci, in cui presente e passato si lasciano il passo continuamente per raccontare la propria storia. Rebecca e Abigail hanno due caratteri diversi, ma presentano la medesima volontà di migliorare il proprio futuro. Da una parte c’è una donna in carriera che vede il suo matrimonio andare quasi alla deriva senza che lei possa farci nulla. Dall’altra una ragazza che viene separata dalla sua famiglia di origine per colpa dell’inumanità del periodo storico in cui si trova. Due diverse narrazioni unite da un insospettabile legame di sangue. Anilda Ibrahimi racconta la sua Albania da un punto di vista diverso: quello degli ebrei che vi si sono rifugiati per salvare la propria vita. Un pezzo di storia poco conosciuto, ma che la scrittrice ha il pregio di riportare alla memoria con la sua solita delicatezza ed eleganza. La scritta della Ibrahimi qui si fa ancora di più poetica. Non solo le descrizioni del mare da cui Abigail e sua sorella Esther sono strappate via, ma anche il cielo dai colori sovietici, tendente al grigio, in cui Rebecca si ritrova, sono bellissime pennellate con cui l’autrice impreziosisce le vicende narrate. Proprio l’elemento poesia la fa da padrone in questo romanzo: le rime, di Hikmet, Lorca o di un professore di lettere albanese, recitate o lette su un foglietto segreto, scandiscono gli incontri tra amanti o le ore passate a compiacere il regime. Come in altri suoi romanzi, torna il tema dell’amicizia che supera ogni ostacolo, mantiene la parola data, ad ogni costo, e crea nuovi legami familiari.



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