Il valzer degli addii

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Ružena fa l’infermiera in un piccolo centro termale non troppo distante da Praga. È rimasta incinta e ha deciso di far ricadere la paternità su Klima, trombettista di fama nota, anche se la certezza che sia proprio lui il padre vacilla. Klima però non è un uomo solo. È sposato con Kamila, donna di una bellezza ammaliante, divorata da una gelosia maniacale nei confronti del suo amante. Klima e Ružena hanno passato una notte insieme, è vero, proprio nei pressi di questo piccolo centro termale popolato da ‘’donne che non possono avere figli e sperano di trovare in queste terme la fecondità’’, ma lui ama sinceramente sua moglie Kamila e riesce a distinguere e confinare i due tipi di amore, tra di loro quasi inconciliabili. Cerca così di convincere l’infermiera ad abortire, proprio mentre tutto attorno altre donne, al contrario, ricercano la fecondità. Attorno a questa vicenda si stagliano le figure di Skreta e di Bertlef. Il primo è il ginecologo del centro, ed ha in mente un progetto eugenetico tanto chiaro quanto discutibile che applica alle ignare pazienti, sottoponendole alla sua ‘miracolosa’ cura per l’infertilità; il secondo personaggio, Bertlef, è un ricco villeggiante straniero dal forte spirito religioso e circondato da un alone di carisma quasi mistico. Poi ci sono Olga, figlia di un rivoluzionario ucciso tempo prima, Fratisek, giovane ragazzo innamorato morbosamente dell’infermiera Ružena tanto da pedinarla e seguirla ovunque dopo essere stato da lei rifiutato, e Jakub, simbolo della casualità che stravolge il lineare tessuto del Fato...

Milan Kundera è uno di quegli autori che sa ritrarre l’animo dei personaggi più di chiunque altro, e lo fa con la maestria degna di un grande romanziere. Il libro compare per la prima volta nel 1972 ed è il secondo romanzo dello scrittore ceco. La narrazione segue le vicende di personaggi umani fra loro distanti, i cui destini però tenderanno a farli incontrare e conversare in un confronto dialettico che tocca vertici di goffaggine, euforia e amore. E li definisco “umani” in ragion del fatto che Kundera, in tutti i suoi scritti, non tralascia alcun aspetto dei suoi personaggi; concede a noi lettori la chiave per interpretare tutti i loro gesti, il loro rapporto con gli altri e con se stessi, la fonte da cui sgorgano le loro difficili e irrefrenabili passioni. Insomma, il lettore è onnisciente e conosce benissimo gli stati d’animo di protagonisti e personaggi secondari, riesce a empatizzare con loro. Cerca di aiutarli, perché riesce a sentire la loro umanità; li riconosce fragili, in balìa di turbamenti e pulsazioni. Il romanzo ha l’aspetto di una pièce teatrale in prosa, e non a caso è diviso in cinque atti. Affronta una moltitudine di temi, ognuno dei quali ha una importanza tale da non lasciare il lettore imparziale, obbligandolo a prendere posizione. Qual è in questa storia il personaggio più giusto moralmente? Quale il più peccaminoso? E quanto gravano le nostre azioni di piccoli individui sull’intera umanità? Il romanzo in sé non concede risposte a questi quesiti, ma richiama il lettore a interrogarsi, e a farsi una domanda in più rispetto a quelle che di solito si farebbe. Da leggere (e amare).

 


 

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