Il vampiro

Il vampiro
C’era qualcosa di infamante nelle memorie di Lord Byron. Qualcosa di talmente scabroso che alla sua morte i suoi amici decisero di distruggerle. Foglio dopo foglio il manoscritto fu gettato nel fuoco. Nessuno però immaginava che ne era stata fatta una copia ed è quel documento che Rebecca Carville va a cercare nella cripta di St. Jude. Ha una ragione personale per farlo: sua madre, studiosa di Byron e sua discendente, è scomparsa mentre cercava di rintracciare quelle carte e Rebecca vuole capire cosa contengano. Adesso ha in mano le chiavi della cappella. Schiude il lucchetto rugginoso del cancello, scende i gradini sbrecciati, entra nell’oscurità densa come pece. Un raspare di unghie che graffiano la pietra la guida verso un sarcofago. Scosta il coperchio. Distesa nella tomba giace una creatura devastata dagli anni. Una mostruosità senza nome che la guarda con occhi gialli e sfavillanti e comincia lentamente ad alzarsi, la bocca spalancata in una smorfia famelica. Rebecca si sente scivolare in uno stordimento oppiato finché, senza sapere come, riesce ad uscire all’aria aperta. Ma la lunga notte del terrore è appena cominciata. Qualcuno la sta seguendo, un giovane dall’alito fetido e dall’aspetto inquietante che sembra molto informato sui segreti di Byron e la induce a fare ritorno nella casa adiacente alla cripta, al numero tredici di Fairfax Street. Lì, ad attenderla, Rebecca trova il suo avo defunto due secoli prima. Ma non è l’eroe dell’indipendenza ellenica che si è spento nelle paludi di Missolungi, prematuramente calvo, grasso e con i denti guasti. Il Byron che ha davanti é vivo, giovane, bello. Sembra che il tempo non abbia mai corrotto i lineamenti delicati, la pelle d’alabastro e i riccioli neri che lo hanno fatto desiderare da tante donne, forse da altrettanti uomini. E in fondo per lui il tempo si è effettivamente fermato. Perché Lord Byron è diventato un vampiro ed ora è venuto il momento che racconti la sua storia dannata. Tutto ebbe inizio con il suo primo viaggio in Grecia e con l’incontro col famigerato Vakhel Pascià...
La fama di dissoluto ha realmente marchiato Lord Byron. Lui stesso era consapevole delle proprie nefandezze dal momento che aveva personalmente censurato le sue famose memorie “omettendo tutte le parti davvero pertinenti ed importanti, per rispetto verso i morti, verso i vivi e verso coloro che debbono essere l’una e l’altra cosa”. Il che non le risparmiò ugualmente dalle fiamme. Secondo la moglie Annabella, Byron si sentiva costretto da un potere irresistibile ad essere crudele con quelli a cui voleva maggiormente bene, salvo poi soffrire per le pene che infliggeva. Anche il segretario e medico personale John Polidori, che lo accompagnò attraverso l’Europa, attinse alle sue peculiarità caratteriali per modellare il fosco protagonista del racconto Il vampiro, che aprì la strada alla letteratura su questa creatura delle tenebre. Non si dimentichi la nota serata a Villa Diodati in cui Byron, Shelley, la sua compagna e la sorellastra di lei, Claire, si intrattennero in una gara di scrittura orrorifica il cui frutto memorabile fu il Frankenstein di Mary Shelley. Che Byron fosse circondato da un alone sinistro si era già visto nello sceneggiato cult Il Segno del comando, dove la ricerca di un’introvabile piazza romana citata dal poeta nel suo diario scandiva l’inizio di una vicenda di fantasmi nella Città (guarda caso) eterna. Date queste premesse, l’idea che Byron fosse addirittura un vampiro, come apprendiamo dalla biografia fantastica di Tom Holland, non pare così azzardata. Anzi, si modella come un guanto sugli avvenimenti storici in cui Holland incastra ad arte i risvolti oscuri della carriera vampiresca del poeta, guidato sui sentieri del male dal perverso Lovelace (probabile incarnazione del seduttore della Clarissa di Richardson). Ma Byron non è un succhiasangue qualunque. È il re dei vampiri, il successore di Vakhel Pascià da cui ha ereditato il compito di indagare i misteri della sua specie per scoprire un significato e un rimedio all’immortalità. Già, perché essere un vampiro non preserva dall’insulto della vecchiaia. Per evitare un rapido declino bisogna nutrirsi di un famigliare: questa è la peggiore maledizione dei non morti. Raccontato con una prosa che sfiora la poesia e snuda la faccia corrotta di una società in disfacimento, Byron giganteggia con la grandezza di un angelo ribelle, caduto e infelice. Resta impressa la lugubre immagine del Lord vampiro che cavalca sul campo di battaglia di Waterloo mentre dalla terra ribollente di sangue risorge l’esercito dei caduti che lo acclama Imperatore. Così come è difficile dimenticare lo strazio del poeta, che improvvisamente tenero e impotente culla fra le braccia ciò che rimane del suo primo ed unico amore. In questa scena, che sigilla il sorprendente romanzo di Holland, c’è tutta la disperazione che la leggenda del vampiro ha sempre portato con sé: la condanna a una vita di eterna solitudine.

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