Il veleno dei ricordi

Il veleno dei ricordi

Tra la primavera e l’estate del 1989, e fino a buona parte del 1990, in una clinica specializzata nella terapia di gravi deficit della memoria il dottor David Mills tiene in cura un uomo affetto da una particolare forma di amnesia retrograda, sebbene il paziente non evidenzi alcun segno di trauma presente o passato, cosa che, in genere, è alla base di un tale deficit. Il paziente – dopo essersi sottratto alla terapia – avvia un lungo percorso di scrittura (o riscrittura della memoria) che prende corpo in un diario composto di sette quaderni recapitati, sei anni più tardi, allo stesso dottor Mills, medico ma soprattutto amico e confidente e destinatario della volontà del paziente di fare del diario qualunque cosa (perfino gettarlo, se il medico lo ritenga opportuno), ma con la consapevolezza di farla per dare al diario stesso la responsabilità di una “tardiva confessione”. L’autore del diario, dunque, narra di essere tornato nella città dalla quale immagina (o crede di ricordare) di essere fuggito per un qualche motivo legato all’esplosione della centrale nucleare. È lì, in quella città, che – si narra nel diario – si compiono i lenti passi di avvicinamento alla morte, in una città già morta, in un paesaggio di morte. Ma è anche l’unico luogo dove il paziente rinasce a nuova vita, rimettendo lentamente insieme i pezzi di un puzzle che sembra esploso molto tempo prima, frantumando l’esistenza di una persona in schegge senza apparente connessione. Dai luoghi remoti della memoria, in questo faticoso percorso di riappropriazione di sé, emerge lentamente il filo rosso che lega i pezzi del puzzle: una donna. E la fatica durata a ricomporre la memoria, così, si scopre non immotivata: “È per lei che sono tornato. È lei la mia splendida donna dai capelli dorati, è lei che mi lega a questo luogo, col suo amore radioattivo fatto di ricordo e di rimpianto”…

Il percorso á rebours compiuto dall’autore del diario (la finzione del manoscritto ritrovato della migliore tradizione narrativa, dal Manzoni a Umberto Eco) non è dunque solo la ricostruzione memoriale dell’immagine di una donna e dell’amore per lei, una volta perduta definitivamente la memoria della propria esistenza. Tutt’altro: quel percorso è di tipo esistenziale, dove le schegge della memoria lasciano riaffiorare poeticamente ricordi di scuola, ricordi di giochi, discussioni e polemiche, amici e contesti, pranzi e risate. Dolori. E l’amore, sublimazione d’ogni perdita. Un percorso faticoso, lento e accidentato così come un po’ faticosa ne risulta la lettura, ritardata da continue divagazioni, distorsioni temporali, divagazioni memorative e continue, piccole, costanti agnizioni esistenziali. Un meccanismo narrativo, però, che ha il difetto di assumere su di sé tutta la faticosa lentezza della ricostruzione del profilo intimo di una intera esistenza senza mai fornire al lettore un alleggerimento, una divagazione che ne allevi il peso dell’andar oltre, di pagina in pagina. Il nodo emotivo, bellissimo, da cui nasce il romanzo non si scioglie fino alla fine ed è per questo che la lettura ne risulta appesantita e noiosa.



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