Il venditore di sogni

Il venditore di sogni
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Appena le bombe cominciano a cadere, il collegio si svuota. Il preside inglese torna in patria; il prete irlandese, veloce come una scheggia, lascia la città. Molti genitori, alle prime avvisaglie di guai, vengono a prendere i loro figli. Alcuni ragazzi però sono ancora lì, in attesa, dimenticati. Appiattiti contro l’erba pungente mentre gli avvoltoi sorvolano il campus e una banda di fanatici religiosi invade le aule vuote, urlando della fine del mondo e depredando la cappella delle sue immagini sacre. Gli sfortunati alunni dimenticati si cibano di fagioli, sardine e pane raffermo trovati nella dispensa del campus; a volte, rubano del pane giù in città. Stanno nei dormitori, finché le lucertole non li invadono, costringendoli a cercare riparo nella foresta... Agodi si è appena svegliato, e quella mattina le sue preghiere non vengono recitate con la consueta passione. Ha la bocca ancora impastata dal sonno, e non c’è nessuno ad ascoltarlo: sua moglie è a lavoro al mercato, i bambini sono andati a scuola. La sua crisi finanziaria è un pensiero fisso. Agodi attinge dalla pentola di terracotta un po’ d’acqua per sciacquarsi la bocca, e messa la testa fuori dalla finestra, la sputa, centrando in pieno una ragazza giù in strada. Volano gli insulti, la ragazza è talmente arrabbiata che ne ha per tutti: per Agodi stesso, ma anche per i genitori dell’uomo. Solo che Agodi, deciso a mantenere la calma e a pregare per lei, non sopporta che gli venga insultato il padre: “Che il diavolo ti tappi l’ano”, tuona, precipitandosi giù per le scale pronto a correrle dietro, cinto solo di un telo intorno alla vita... Anderson è stato licenziato dal suo impiego al museo. Aveva già il sospetto che sarebbe successo: lui non aveva parentele o amicizie influenti, e non apparteneva ad associazioni importanti in città. Sospettava già che il suo capufficio avrebbe dato il suo posto a qualcuno di sua conoscenza. Pieno d’amarezza, Anderson, rendendosi conto di avere una certa fame, si reca al mercato a prendere un po’ di trippa per cucinare lo stufato. il mercato è zeppo di gente, di voci, di mosche; per terra ci sono mucchi di intestini e di ossa, il tanfo è opprimente. Mentre Anderson, sul punto di sentirsi male, mercanteggia il prezzo della trippa, un incendio divampa improvvisamente dal banco dei generatori di corrente: le fiamme si propagano ovunque, ma ad Anderson sembra siano dirette proprio contro di lui...

La guerra, la fame, la violenza; la disoccupazione e la conseguente perdita di dignità. Ma anche la speranza, il coraggio, l’arte di sopravvivere, l’importanza vitale dei miti e delle credenze, a cui aggrapparsi per comprendere e superare i momenti più difficili. Folklore, complessità, contraddizione: questa è l’Africa di Ben Okri, autore nigeriano di lingua inglese pluripremiato e considerato tra i più importanti e significativi della letteratura africana moderna. Pubblicata per la prima volta nel 1986, Il venditore di sogni (Incidents at the shrine il titolo originale, vincitore nel 1987 del “Commonwealth writers prize” per la sezione africana) è una raccolta di quattordici racconti, narrati con uno stile semplice, asciutto ma efficace nel ritrarre la vita brulicante delle strade metropolitane di Lagos – tra afa, zanzare, e corpi che si accalcano sulla via – e quella più pacata, intima, e ancestrale dei villaggi. Okri vive la sua infanzia a Londra, nella quale ha un’istruzione occidentale, ma nel 1968, all’età di nove anni, torna in Nigeria proprio quando il Paese rimane coinvolto in una sanguinosa guerra civile: sua madre è di etnia Igbo, etnia perseguitata dai militari durante il conflitto. Pur avendola vissuta indirettamente, la guerra e il suo strascico caotico e distruttivo sul popolo nigeriano ha avuto un forte impatto sull’autore, trasportata e resa protagonista delle pagine di molti suoi scritti, compresi alcuni dei racconti di questa raccolta, come Risate sotto il ponte o All’ombra della guerra. Altro elemento che ricorre nei racconti di Okri, è il forte simbolismo legato alla tradizione del popolo Yoruba (sua etnia di appartenenza), che trascende sempre la narrazione del reale trasportandola in una dimensione onirica: i critici letterari amano definire lo stile di Okri come esempio di realismo magico, ma sembra che lo stesso autore rifiuti l’etichetta, definendola troppo limitante.



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