Il vento

Il vento
Un tempo, in un’altra vita, Luca studiava all’università: la sua casa era sempre inondata da amici e con lui abitava Lisa, che dava senso a ogni suo giorno. Adesso di quel prima non resta nulla, se non un sapore remoto di malinconia. Luca non l’ha presa la laurea, e la sua unica compagnia è un vecchio cane, che ha raccolto malconcio. Si chiama Zeta, come l’ultima lettera dell’alfabeto. E’ un meticcio che ha lo sguardo da saggio indiano e il sogno di diventare un uomo. Ogni mattina saluta il suo padrone leccandolo con una lingua scivolosa, che a malapena la bocca sdentata riesce a trattenere. Luca adora portare in giro storie a bordo della sua spider 850. Per questo ha scelto di fare il tassista abusivo, spesso gratuitamente. Certo, la storia che sta attendendolo ora dietro l’angolo di una Roma estiva, gravida di pioggia, mai e poi mai avrebbe potuto immaginarla. Mentre sfreccia con il suo fedele bolide sulle strade deserte della città, scorge un corpo in fuga, sembra una donna, forse è un uomo. Lo stanno inseguendo dei ceffi che hanno evidenti cattive intenzioni. Luca per un pelo strappa quel “coso” a una brutta fine. Lo guarda. Ha due ciuffi sulla testa, una ferita aperta sul fianco, il rossetto che sbava sul mento. A Luca pare un travestito, però non ci giurerebbe. Lo porta a casa. Lo sveste, lo lava, lo nutre, lo riveste. In mezzo alle gambe, quella bambola rotta, che emette versi simili a una fisarmonica sgonfia, non ha un sesso, ma uno specchietto. Quel “coso” è un marziano. Viene dalla luna. L’ha scritto chiaro e tondo in un biglietto. E Luca comincia a fibrillare. Non sa cosa fare, perciò decide di chiamare rinforzi. In breve, il suo appartamento si riempie di una tanto improbabile, quanto sgangherata armata brancaleone: arrivano il padre, che in via eccezionale si distrae dalla tv; la secolare badante Emilia, nuvole bianche sulla testa, che si mette al capezzale dell'extraterrestre e lo cura come un figlio; poi si precipitano anche Carlos, ex studente modello, riciclatosi in annoiato gigolo e la Bambi, cinquantenne nordica, tutta la settimana a cambiare letti e padelle in un ospedale, in fuga per un’ora d’amore… Sono tutti lì, intorno al moribondo, ad affaccendarsi per rinvenirlo. Però, c’è un però: che il destino di ciascuno è inesorabilmente segnato e quando è ora, è ora.
Una bella beffa, a pensarci! Compriamo la vita a caro prezzo, la paghiamo rata dopo rata, poi, senza troppi complimenti ci tocca renderla con tanto di interessi. Già, ma questa non è la realtà, qui siamo dentro a un romanzo. Luca e il suo improvvisato esercito della salvezza sono solo carne e inchiostro, in fondo. Allora forse qualche speranza c’è... Basta cercare la penna dispettosa che ha dato origine a questa orribile vicenda, dirgliene quattro e convincerla a inventarsi un happy end, perdio! Così la corsa continua per i nostri sei personaggi (Luca, il padre, L’Emilia, la Bambi, Carlos e Zeta) in cerca d’autore, marziani più del marziano, unici superstiti di un mondo che non esiste più. Eccoli in un campo polveroso, sotto i riflettori delle luci di un motel, li vediamo danzare insieme agli zingari, tenendo tra le dita quella creatura esanime, che cigola come un rottame, mentre Marco, lo scrittore ritrovato e penitente, tenta donchisciottianamente di “fottersi” la morte. Il finale è uno dei momenti più alti del libro. Anticipo soltanto che è imperdibile l’uscita di scena di Zeta, che si fa stoicamente Uomo. Siamo all’ultima pagina. Il vento è cessato. Si è portato via ogni cosa, nomadi, polvere, morte e parole. Dal cielo fioccano piccioni. E in gola, chissà perché, anche a noi, come a Luca, si arrossa la malinconia per questo straordinario racconto sull’amore infinito e sui viaggi che finiscono. Un racconto delicatissimo, che ci fa riflettere sul ruolo dello scrittore e sulla capacità di certe storie di rimanere incollate sulla pelle. Un racconto che sarebbe riduttivo intrappolare nella categoria della fantascienza, perché la poesia della vita, proprio come il vento, è sì impalpabile, ma maledettamente e ostinatamente vera.

 

 

 

 
 
 
 
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