Il vento è mia madre

Bear Heart nasce in Oklahoma nel 1918. È un nativo americano, un “pellerossa”, la sua tribù è quella dei Muskogee. Passa le sue giornate a cavalcare cavalli e ad azzuffarsi con i suoi compagni. Cresce in un ambiente rurale, ascoltando antiche storie raccontate dagli anziani, considerati i più saggi per la loro esperienza e per la loro capacità di armonizzarsi con ciò che li circonda, nonché con la natura stessa. La sua famiglia appartiene a due clan diversi: il padre al Clan dell’Orso e la madre a quello del Vento: “Posso così affermare che l’Orso è mio padre e il Vento mia madre”. Frequenta l’università, la facoltà di psicologia, al fine di integrare la propria formazione e riuscire a comprendere meglio, da un punto di vista prettamente scientifico, la mente e i comportamenti umani. Daniel Beaver e Dave Lewis, invece, sono i suoi due anziani maestri, uomini-medicina che lo iniziano al lungo percorso della Sacra conoscenza, necessaria per guarire chi soffre. Gli uomini medicina, in ogni tribù, devono infatti scegliere se operare per aiutare gli altri, oppure per aiutare se stessi. Bear Heart decide di dedicare la propria vita al prossimo, a chi sta male, a chi ha bisogno di conforto, o semplicemente a chi si sente smarrito e crede di non trovare più un senso nella propria esistenza. Far fronte alle sofferenze e alle tragedie della vita, però, non è mai semplice, e sono molte le domande che si pone Bear Heart. “Come possiamo spiegare il fatto che, anche se facciamo qualcosa di buono, spesso ci capitano eventi spiacevoli?”…

Il messaggio di Bear Heart contiene in sé le istanze di una cultura subordinata a quella dominante, e che tuttavia ancora vive in concomitanza ad essa. Sono modi di intendere l’uomo che viaggiano su due binari distinti, a volte convergenti, altre volte no. Da una parte la scienza e il progresso tecnologico di una società che si presenta come civilizzata e moderna; dall’altra la spiritualità e il rito, all’interno di una cornice decisamente più intimistica, volta a scavare il proprio sé. Per gli anziani nativi d’America la scienza e il progresso possono essere positivi solo a una condizione: che siano guidati dalla saggezza. Una saggezza che non s’impara nei manuali universitari. Beart Heart in un tale sfondo non rappresenta però solo il simbolo di questa antica cultura, ma esemplifica la perfetta unione tra psicologia occidentale e tecniche indiane, in profonda armonia tra di loro, ma all’apparenza così diametralmente opposte. La saggezza che svolge un ruolo di regìa nel nostro agire, come predicano gli anziani delle tribù, inoltre, ricorda molto l’insegnamento filosofico della Grecia antica, e altri aspetti richiamano indirettamente l’insegnamento epicureo della pace dell’anima. “La quiete è dentro di noi, e per raccogliere i pensieri dovremo allontanarci dalla nostra attività frenetica, e cogliere la bellezza del silenzio”. Bear Heart racconta le sue vicende in chiave autobiografica insieme a Molly Larkin, scrittrice californiana, con uno stile semplice, privo di lirismo. Ci concede uno spaccato di vita, infarcito di insegnamenti e aneddoti, che coronano e ribadiscono la saggezza indiana in tutte le sue sfaccettature, forse oggi un po’ archiviata e dimenticata dall’uomo occidentale.



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