Il verde di Marte

Primi decenni del XXII secolo. Marte si sta scaldando lentamente, l’atmosfera si fa via via meno rarefatta. È un’ecologia semplice, non ci sono molte specie vegetali e animali e la catena alimentare è corta. Ma il processo di terraformazione va avanti, anche se il processo è in un certo senso destinato a fallire sin dal suo esordio: non nascerà mai un’altra Terra alla fine del processo, l’evoluzione non funziona così. Si sta formando qualcosa di nuovo, qualcosa di marziano: la matrice di un nuovo mondo. La rivoluzione fallita del 2061 ha lasciato ferite e divisioni, molti sostenitori dei Primi Cento sono costretti a vivere in clandestinità, braccati dalle Corporazioni transnazionali. Sotto una cupola sulle sponde di un lago vicino al Polo Sud per esempio c’è l’insediamento di Zigote, dove una nuova generazione di coloni sta crescendo: bambini sempre più “marziani” e sempre meno terrestri che vivono le loro giornate tra la scuola e le bellezze del loro freddo mondo. Tra loro c’è anche Nirgal – il figlio di Hiroko e Coyote, il cui nome vuol dire “Marte” nell’antica lingua babilonese –, un ragazzo intelligente e curioso, che ama il freddo e ne conosce tutte le sfumature. Ogni tanto altri profughi arrivano alla cupola e vengono accolti dalla comunità, malgrado le risorse siano poche e l’equilibrio sia fragile…

Ricordate la prima avvincente mezz’ora de L’Impero colpisce ancora diretto da Irvin Kershner? Ecco, questo secondo capitolo della Trilogia di Marte di Kim Stanley Robinson all’inizio ricorda il (più) memorabile film della saga di Star Wars, con in più una forte connotazione sognante/ecologista. Poi il tono e le atmosfere cambiano (e succederà ancora, lungo le quasi 800 pagine del libro), i protagonisti iniziali lasciano il posto ad altri, il plot si complica. Al centro c’è un Pianeta Rosso visto come nuova frontiera non solo geografica ma anche politica e sociale, “land of opportunities”, territorio vergine mentre la vecchia Terra collassa su se stessa a causa di catastrofi naturali e scontri sanguinosi. Una dinamica che ricorda quella della rivolta delle colonie americane contro l’Impero britannico, e che l’autore impernia attorno al concetto di terraformazione o terraforming, un processo in un certo senso di “imperialismo biologico” che viene anch’esso sovvertito dalla nuova natura marziana, che segue la sua strada sfuggendo ad ogni controllo. Il verde di Marte è ambientato mezzo secolo dopo gli eventi de Il rosso di Marte e racconta la storia dei pochi sopravvissuti tra i primi coloni ma soprattutto dei loro discendenti, oppressi dalle multinazionali terrestri e determinati a organizzare una seconda rivoluzione contro il pianeta madre. Per molti versi superiore al capitolo precedente, il libro ha vinto i premi Hugo e Locus.



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