Il viaggiatore notturno

Il viaggiatore notturno

Uno straniero osserva il tramonto, nel cuore del deserto sahariano. Dodici uomini lo accompagnano: aspettano il ritorno delle rondini, per trarne qualche conclusione sulle loro migrazioni. Nel viaggio e nell’attesa, quell’uomo scopre le meraviglie dell’Hoggar, come la tomba dell’eremita e filosofo père Focauld, o l’unico ulivo cresciuto a duemila chilometri dal mare più vicino. Condivide le usanze dei tagil: la vita quotidiana, la festa, gli amori. Grazie alle traduzioni di Jibril, ascolta i racconti del vecchio poeta, il più autorevole e più pagato componente della carovana. I racconti gli ricordano di suo padre Dinetto, un uomo che usava le mani per fare bene le cose e aggiustarle. Nella notte, fredda, lunga e insonne, anche lui racconta. Racconta di un altro viaggio, quello sulle tracce di Amapola, orsa spaventata in una Bosnia in guerra: anche lì straniero, anche lì affidato a un’esperta guida, il commerciante armeno Zingirian. Anche lì, come nel deserto, incrociando più volte il cammino di qualcuno che vaga “nudo e scalzo di ragione”: è una donna che cammina per le strade dell’Est “con una sporta di plastica in mano. E nient’altro”. Nella lunga notte insonne, le storie si sovrappongono e accompagnano fino all’alba e fino a quando il cielo darà un segnale che annuncerà la pioggia e, forse, l’arrivo delle rondini…

C’è una poesia e una musicalità, in questo lungo racconto, che Maggiani pesa parola per parola. Neanche una virgola sembra lasciata al caso, ogni frase risponde al bisogno di esprimere con precisione e completezza le memorie e il sentire profondo dell’autore. Eppure il narratore non è mai solo: il lettore-ascoltatore, a volte messo in scena e a volte implicito e ideale, è sempre presente. È “ascoltate” la prima parola del libro: Maggiani non è solo uno scrittore, ma anche un narratore esperto, abituato a costruire e valutare l’effetto delle proprie parole. Fin dalle prime pagine ci si sente trasportati nel deserto, attorno al fuoco, in una notte di veglia riempita dalle storie. I personaggi scompaiono e ritornano, ci sono lunghe attese, apparenti divagazioni. A fare da filo conduttore sono i dettagli reali, concreti e familiari, come le mani che il protagonista ha ereditato da suo padre. Tutti espedienti di un’oralità trasportata ed esibita sulla carta. Il messaggio, sembra, è che la costruzione di un racconto comincia con l’attitudine a osservare: ecco perché è tanto plausibile che il protagonista sia contemporaneamente un ottimo narratore e un etologo. E in un viaggio le occasioni di osservare e di riflettere si moltiplicano. Il libro che nel 2005 ha vinto il Premio Strega è un immaginario e composito reportage, delicato come un diario e appassionante come un’epopea.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER