Il viaggio dell’eroe

Il viaggio dell’eroe

Nella cultura hollywoodiana che tende sempre all’happy ending, la figura dell’eroe (ovvero il protagonista della storia, indipendentemente dalla forma in cui è narrata) è quella di un individuo ammirevole e virtuoso che sconfigge il male attraverso costanti sforzi individuali. Questa teoria ha sempre rappresentato una sorta di imperialismo culturale da parte degli Stati Uniti in fatto di prodotti narrativi, che altre nazioni – pur studiando e applicando tecniche americane – cercano di combattere per non soccombere alla standardizzazione. In Australia, per esempio, gli eroi sono schivi e modesti e stanno alla larga dalle luci della ribalta per evitare la derisione di chi li considererebbe “invidiosi di chi ha fama”; difficilmente un eroe australiano si imbarca in un’avventura. In Germania, complici Hitler e il nazismo, la figura dell’eroe è stata prima distorta (associata a concetti come distruzione, assoggettamento e disumanizzazione) e poi accantonata nel secondo dopoguerra, per venire definitivamente soppiantata ‒ dopo la rivalutazione della cultura tedesca ‒ dalla figura dell’antieroe dal sangue freddo, poco incline al romanticismo. Nell’Europa dell’est c’è invece un certo cinismo che accompagna l’eroe, considerato negativamente come un individuo destinato a fallire di fronte ad un mondo impossibile da cambiare. Se pure l’eroe nasce come guerriero (basti pensare alle figure della mitologia) e il suo archetipo è stato spesso usato in passato – e per questo ampiamente criticato ‒ per spingere al reclutamento militare, è riduttivo pensare all’eroe come un mero strumento di propaganda. È chiaro che oggi questo archetipo può assumere innumerevoli volti: può essere un pellegrino, un padre, un re, una vittima, un ribelle, un mostro, un ladro e avanti così. Può essere anche una donna, con tutte le peculiarità del caso, in contrasto con chi ha sempre affermato che la teoria dell’eroe è la manifestazione e il rafforzamento del predominio maschile. Fortunatamente le molteplici possibilità creative fanno dell’eroe una figura versatile e in continuo movimento, in grado di regalare al pubblico sempre nuove emozioni: il suo viaggio, il suo partecipare attivamente alla grande avventura della vita è regolato da dinamiche ben precise, la cui conoscenza può rappresentare una marcia in più nella risoluzione di problemi non solo narrativi, ma anche di quelli che quotidianamente si presentano nella vita reale...

Il viaggio dell’eroe, quell’insieme di principi che in narrativa regolano l’arco di trasformazione di un personaggio, trae spunto da un promemoria di sette pagine intitolato Guida pratica all’eroe dai mille volti, che lo stesso Christopher Vogler stilò agli inizi degli anni '90 quando lavorava come story analist per la Walt Disney; appassionato di mitologia e fortemente influenzato e affascinato da colui che ne aveva teorizzato la struttura, Joseph Campbell, Vogler aveva riscontrato nella teoria del suo “guru” una sorta di codice universale del racconto: personaggi, oggetti, luoghi e situazioni che si ripetevano come un mantra in ogni storia che si ritrovava ad analizzare. Conoscere gli elementi di questo codice poteva rappresentare un aiuto sorprendente per gli executive e gli sceneggiatori delle major statunitensi impegnati nel portare avanti centinaia di progetti per il grande schermo: si potevano risolvere problemi e sopratutto progettare storie nelle quali il pubblico poteva vivere quell'esperienza di immedesimazione profonda che è alla base di tutte le grandi pellicole di successo. Così le sette “paginette” cominciarono a girare tra gli addetti ai lavori e ‒ grazie ai loro pareri e indicazioni ‒ ad ampliarsi fino a diventare un saggio. Attualmente Vogler insegna all’UCLA e i contenuti de Il viaggio dell’eroe sono stati abbracciati non solo dai narratori americani ma da quelli di tutto il mondo, sebbene con un occhio di riguardo alle peculiarità culturali di ogni nazione. Dagli archetipi alla chiamata all’avventura, dal passaggio dal mondo ordinario a quello straordinario, dalle prove alla via del ritorno, il viaggio compiuto dal protagonista altri non è che il viaggio compiuto da ognuno di noi verso il soddisfacimento dei propri desideri, ma sopratutto verso la ricerca di nuove consapevolezze: le regole teorizzate da Vogler (influenzate oltre che dagli studi di Campbell anche dalla psicologia di Carl Jung) nascono dall’osservazione della vita e delle azioni umane, non c’è niente di inventato. I concetti esposti nel saggio possono essere complessi a volte, sebbene l’esposizione dell’autore sia chiara e spesso supportata da diagrammi. Ventuno capitoli in tutto: nove dedicati agli archetipi e i restanti alle tappe del viaggio, con esempi tratti da film classici e contemporanei e con tutta una serie di domande (i cosiddetti Interrogativi sul viaggio) che invitano alla riflessione e aiutano la comprensione alla fine di ogni capitolo. Questa seconda edizione è arricchita inoltre da un’interessante prefazione in cui l’autore racconta di come le critiche mosse alla sua teoria nel corso degli anni l’abbiano resa migliore e in continua evoluzione. Vogler parla chiaro: le sue regole non sono assimilabili a una Bibbia, ma sono solo un punto di riferimento, un valido strumento con cui il narratore può potenziare al massimo la sua storia: guai farne un utilizzo passivo e schematico ‒ si rischierebbe di inciampare nei clichè nonché in quella standardizzazione che è una delle maggiori critiche mosse dai detrattori dell’opera – ma ci si auspica sempre una manipolazione, uno sconvolgimento, una rivisitazione da parte del narratore. Una prova di originalità insomma, e di quel talento che nessun saggio al mondo, per quanto valido e illuminante, può insegnare.



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