Il vulcano di Guayaquil

Il vulcano di Guayaquil
Già venti minuti e di lei nessuna traccia. Con passo deciso Emma si avvicina al canovaccio appeso alle mattonelle grigie accanto alla finestra e si asciuga le mani mentre lancia uno sguardo verso la strada. I minuti si accavallano e nessuno entra dalla porta. L’uscio si è chiuso nell’istante esatto in cui il telegiornale della sera ha mandato in onda la sigla. Emma ha seguito i movimenti incerti della ragazza: passi svogliati che attraversano il piccolo salone, la mano destra che apre il portoncino blindato, il bacino e le spalle che ruotano leggermente per passare nello spiraglio che si è aperto, i capelli neri che ondeggiano leggeri, il braccio sinistro disteso rigido verso il basso. Ha incrociato il suo sguardo sofferente mentre prende le chiavi di casa con un gesto di forza, come se fossero inchiodate alla mensola. Ormai quella ragazza le sembra la carcassa senza vita di una gallina sbranata dalle cornacchie. Dalla piccola cucina Emma può controllare quasi tutta la casa. Quella sera, in quei pochi minuti di assenza, percepisce lo spazio meno costrittivo, meno angusto, più dilatato, così com’era fino al giorno prima che quel corpo estraneo si affaccendasse tra i fornelli romani. È stata proprio la sensazione di potersi muovere liberamente, senza dover ruotare i fianchi per passare in due tra pareti troppo ravvicinate, che l’ha spinta a riflettere su quel nuovo fisico presente tra i muri, e come in un flash ha avuto tutta la consapevolezza del suo ingombro. Dopo quello che è successo, però, a sentire le parole della ragazza a quel corpo è stata strappata l’anima ed è rimasta solo carne maleodorante in via di putrefazione. Come se fosse uno di quegli ammassi sfatti e senza nome affogati nel Mar Mediterraneo invece che il corpo di un’immigrata che è arrivata viva. Sono trascorsi ormai trenta minuti e i vuoti della cucina si riempiono delle ombre oblunghe della sera. È fine agosto e il sole ha appena scavallato l’orizzonte. «È vero che è la prima volta che esce da sola in questa casa, ma sono sicura di essere stata chiara. Ma che ci vuole poi? Ho usato parole semplici. È così vicino» riflette Emma continuando a preparare la cena. Mentre lei spiega con calma il compito da portare a termine, quel compito che diventerà quotidiano, gli occhi neri della ragazza hano scrutato quelli marroni che le stanno parlando e hanno osservato con distrazione i gesti compiuti dalle mani chiare e un po’ gonfie della sua datrice di lavoro. Negli occhi affranti di Margarita non c’è più vitalità, solo un senso di accettazione passiva per un dovere che le alberga dentro. Sembra un animale selvatico arresosi senza lottare alle spire di un boa…

Margarita ha lasciato la sua terra natale, l’Ecuador, e ha cambiato Paese. Continente. Realtà. È arrivata in Italia, dove la attende il suo futuro. Un avvenire che lei cerca, anela, di cui ha disperatamente bisogno. Un nuovo inizio. Che comincia però nella maniera più terribile possibile. Viaggia, e come cambia il paesaggio intorno a lei – deve orientarsi in un nuovo orizzonte, tra colori, profumi, cibi, persone differenti… ‒ cambia anche lei medesima. E dall’altra parte, nell’altra stanza, oltre la soglia, luogo fisico e spirituale di contatto e insieme separazione, c’è Emma. Italiana. Romana. Madre di tre figli. Nella sua casa Margarita trova alloggio e lavoro. È una famiglia quella che incontra, Margarita, è un nucleo quello nel quale lei entra. Ma fino a che punto ne è parte? Quanto di quello spazio è anche suo? Cosa c’è di definitivo, cosa di saldo, cosa di transitorio, in tutta questa situazione? E cos’è davvero la proprietà, la casa, una famiglia? Per la definizione da poco coniata dal vocabolario brasiliano Houassis la famiglia è un nucleo sociale di persone unite da legami affettivi, che in genere condividono lo stesso spazio e mantengono fra di loro una relazione di solidarietà: belle parole, ma in pratica? È una storia semplice, comune, ordinaria, come ce ne sono tante quella che racconta Flavia Cristaldi, con una prosa che si modella sull’adagio hegeliano secondo il quale non c’è nulla in effetti di più profondo della superficie. E per questo straordinaria. Lieve, piana, semplice, lineare e credibile, senza indugiare nel politicamente corretto, scava attraverso molteplici punti di osservazione e chiavi di lettura nell’intimità di due donne che la vita porta al contatto, al conflitto, alla complicità, alla consapevolezza, di sé e dell’altro da sé, di quello che di noi l’estraneo ci mostra. Due mondi, due culture, due ideali, due esperienze che finiscono per dividersi, non senza problemi, pregiudizi, resistenze, lo stesso spazio. Perché quello che appare racconta molto di quello che è, anche, se non soprattutto, di quello che non si vede. Insomma, la differenza che c’è fra genotipo e fenotipo, verrebbe da dire prendendo in prestito definizioni e strumenti di indagine alle scienze naturali, che Emma insegna. Noi siamo qualcosa, crediamo di esserlo, ma gli altri, invece, ci vedono diversi. E mettersi nei panni degli anni è una delle più preziose opportunità che la vita possa riservarci.

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