Il vuoto

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Ventinove dicembre 2009. Ore 22.02. Mattia è in ritardo, come spesso gli succede, soprattutto quando ha un orario preciso da rispettare. Da quando non lavora più al giornale passa intere giornate a scorrere la homepage di Facebook, a leggere libri a salti e distraendosi spesso, si concede lunghe sieste dopo pranzo, perde tempo sotto la doccia. Stasera vuole andare al cinema a vedere Inception e deve essere all’Eliseo entro le dieci e mezza. Si sono fatte le dieci, deve sbrigarsi se vuole raggiungere il cinema prima della chiusura delle casse. Si lancia nella foschia che aleggia su via Vallazze, raggiunge il garage Porpora. Il custode, Leonardo, capisce che Mattia ha fretta, è rapido a portargli la sua Alfa Romeo 147. Le strade di Milano sono vuote, è quasi Capodanno e molti saranno già partiti per godersi i giorni di vacanza lontani dalla città. Il semaforo di piazzale Loreto scatta, Mattia avanza piano, i giri del motore al minimo. Poi tira fino ai 90 km/h su corso Buenos Aires e così fino ai Bastioni di Porta Venezia. Inchioda violentemente per non investire due pedoni sulle strisce, svoltando non si era accorto di loro. Riprende a correre, è a 120 km/h, ingrana la quinta. Sono le 22.23. Procede fino a piazza Diaz, parcheggia come al solito sulla corsia dei taxi. 22.31, forse è troppo tardi. Corre per via Torino verso il cinema Eliseo. La cassa è chiusa, deve rassegnarsi, torna alla macchina. Mentre accarezza con gli occhi il profilo della 147, nota con rabbia che una delle gomme dell’auto è sgonfia…

Grazie all’estetica – copertina bianca, spoglia, minimale – e al titolo “parlante” il lettore è immediatamente introdotto al tema centrale de Il vuoto, primo romanzo di Luca Vaglio, autore e giornalista milanese con all’attivo diverse raccolte di poesie. Il vuoto è quello che vive Mattia Ventura, trentasei anni, giornalista da poco disoccupato. Un vuoto esistenziale, relazionale e di prospettive che si insinua a poco a poco e sottilmente nella sua quotidianità. Il limbo che Mattia abita e che l’autore sceglie di narrare attraverso gli occhi dello stesso protagonista è una zona vacua, un contenitore di dettagli irrilevanti. Ma qualcosa palpita sotto la superficie, movimenti dell’animo che si muovono sottotraccia ed emergono in fugaci riflessioni rivelatrici: le contraddizioni di una libertà che fa finalmente respirare ma che può rivelarsi una gabbia; i chiaroscuri di una solitudine ad un tempo cercata e sofferta; il susseguirsi di piccole nevrosi e automatismi, di improvvisi scatti vitali e abuliche introflessioni. Buone le premesse poste dall’autore, l’intenzione di non limitare la storia di Mattia ad un aut-aut esistenziale, ad un totalizzante bianco e nero. Peccato che per la maggior parte del romanzo il vuoto evocato finisca per inglobare la storia, smorzandone gli spunti e spezzettandola nella giustapposizione di episodi isolati, che lasciano un senso di sconnessione e di inerzia. Alcuni espedienti – come il piccolo filo “giallo” che attraversa il romanzo, il buco nella gomma, distrazione che devia la stasi di Mattia verso un pur limitato fine a cui tendere – e sviluppi di trama che potevano risultare interessanti – il rapporto di Mattia con i genitori, ad esempio, che si intuisce più complesso e sfaccettato e, soprattutto, alcuni degli incontri della notte di Capodanno, ancor più intriganti perché fuori dall’ordinario di Mattia – appaiono deboli, sospesi, non approfonditi. Il vuoto non cattura fino in fondo, complici anche un ritmo narrativo spesso molto lento, incline a digressioni cronachistiche e fin troppo scrupolose, ed un linguaggio essenziale, pulito ma monocorde, che sembra limitarsi a registrare, ad osservare, rimanendo sempre un po’ troppo in superficie. Dando, nel complesso, la sensazione che ci sia tanto (troppo) di non detto, di non esplorato.



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