Ilva Football Club

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Il portiere era Lacarbonara, un lavoratore infaticabile che giocava anche due partite al giorno e a dispetto della mitezza che mostrava comunemente nel rettangolo verde era in perenne trance agonistica. I due difensori, Ripiano e Papalia, bravissimi ma agli antipodi, come dei novelli Burgnich e Facchetti: il primo tosto nei contrasti e marcatore insuperabile, l’altro tecnico e carismatico. In mezzo la diga era composta dal duo De Tuglio-Andrisani, ma senza il libero a fare “il parassita dell’area di rigore”, perché al mister piaceva giocare all’olandese, con un gioco verticale e offensivo. Il mediano di qualità era Peppe Catapano, un autentico Beckenbauer che dominava nella terra di mezzo fra difesa e centrocampo. Insieme a lui a inventare geometrie c’era Guarino. Sulle ali D’Alò e Casile, una vita a correre e fare sovrapposizioni per creare superiorità numerica. Là davanti la coppia di attaccanti era Capozza-De Gennaro. Capozza tentava di emulare Gento e Corso, quel genere di giocatore che preferisce fare un assist vincente piuttosto che segnare. A buttarla dentro ci avrebbe pensato il centravanti Giovanni De Gennaro, una punta à la Marianito Kempes, bello e piacente come un tanguero, tanto che dopo un’incornata di testa tirava fuori un pettinino per sistemarsi i capelli. Questi sono solo nomi che dicono poco, ma erano i calciatori operai dell’Ilva Football Club degli anni Settanta. Durante la settimana indossavano la tuta blu del siderurgico tarantino, di domenica la maglia grigia della loro squadra. Quel grigio, così tristemente presente e ingombrante nelle loro vite, così poco vivace in quelle partite giocate al “Tamburi” vecchio, nell’omonimo rione innaffiato dai fumi mortiferi della vecchia Italsider. Questi ragazzi sono tutti morti, morti in una città in cui ancora si muore di lavoro...

I due giornalisti della “Gazzetta del Mezzogiorno” Colucci e D’Alò con Ilva Football Club realizzano una galleria di ritratti strappati all’oblio, un album di figurine sbiadite in cui temi sportivi e sociali si mescolano. La vita ai Tamburi è una scommessa, è azzardo puro, anche oggi che sono trascorsi tanti anni e il mito del progresso e del lavoro è stato rimpiazzato dal demone dell’inquinamento e della morte. Quando si è sull’orlo del precipizio il calcio può rappresentare l’unica speranza a cui aggrapparsi mentre fuori è il caos, fra l’acciaieria, le morti per tumore, le lapidi del vicino cimitero rosse di polveri minerali, la malavita che esplode colpi nel disagio e specula sulla situazione. La fabbrica, una vera bomba ambientale che a distanza di decine se non centinaia di chilometri esporta morte e malattia, è oggi stata sequestrata. Riva – quel cognome che in questo caso nulla ha a che vedere col calcio e con “Rombo di tuono” e invece appartiene a chi i tarantini spesso hanno qualificato come “boia” – è accusato di disastro ambientale: è in questo contesto che nasce l’idea di scrivere queste belle pagine. Impossibile definirlo un libro-inchiesta per quanto lambisca a tratti i toni della denuncia, altrettanto difficile catalogarlo come semplice romanzo di sport. Gli autori ci fanno rivivere una stagione lontana e spensierata che preannuncia un dramma, quello di una città intera dove non si può nemmeno giocare all’aperto per le emissioni degli altiforni, dove le istituzioni hanno perso e hanno lasciato i cittadini a combattere una battaglia solitaria, messi di fronte alla scelta “salute o lavoro”, una scelta suicida che nel 2016 non dovrebbe essere neanche immaginabile.



 

 

 
 
 
 

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