Imprenditori

Imprenditori

Esiste un modo per diventare grandi e conoscere il senso della vita differente dall’andare tutti i giorni a scuola? Lipa e Berti lo stanno sperimentando, stanno provando il modello paterno: “La famiglia è una società di capitali, mi ha spiegato una volta mio padre. Quello che ci investi deve tornarti indietro con un utile. Viceversa non puoi illuderti di ottenere qualcosa senza affrontare delle spese. In nessun caso devi però permettere che ti sfruttino”. Dunque al legame fra gli affetti si è sostituito l’impianto di un’azienda dove ognuno è imprenditore, ognuno ha un ruolo finalizzato a produrre utili. Per questo Lipa è assistente, tiene i conti; Berti, il fratello minore, invece è uno specialista ed interviene direttamente sul campo. A bordo della loro Mercedes, il padre porta i due ragazzi a zonzo nelle discariche dei dintorni per recuperare tutto ciò che è possibile rivendere al mercato. Con i guadagni lasceranno la loro misera vita per rifugiarsi in Nuova Zelanda e godersi la meritata pensione. La vita di tutti i giorni si srotola sulle strade fra la città, le cave, i negozi, e la Foresta Nera, dove finisce il mondo di Lipa e di Berti, in una continua ricerca di affari, di acquirenti. La scuola è per i disoccupati, per chi nella vita non ha intenzione di impegnarsi. Ma se per Berti quel lavoro è un gioco in continua competizione con la sorella, Lipa tentenna, sente il bisogno di realizzarsi oltre l’azienda familiare, sente il richiamo della gioventù che si incarna in Timo tuttonaso: dopo un lungo corteggiamento fatto di evasioni notturne e brevi gite ai piedi dei Vosgi, progetta di scappare con lui, ma prima di farlo deve assicurare un’ultima transazione alla sua famiglia per garantirne un prospero avvenire. Tutto sembra pronto e perfetto, fino a quando non si imbattono nella concorrenza sleale dei fratelli Köberlein, che per fare affari non usano la destrezza, ma la dinamite…

Matthias Nawrat, polacco classe 1979, oramai residente in Germania, mette in scena una favola amara che gioca sui pregi e i difetti della famiglia, sul rapporto fra padre e figli, sulla figura paterna tanto autoritaria quanto debole, sulla figura femminile della madre e soprattutto sugli adolescenti. Lipa a tredici anni è chiamata a fare da punto di riferimento al fratello, ma deve anche contrastare il padre, freddo ed egoista, che le sta levando la gioventù. Alla figura paterna autoritaria, si contrappone l’esuberanza dell’adolescenza di una giovane donna che coltiva curiosità oltre il nido familiare, sente crescere la sua anima ed il suo corpo e quindi avverte il bisogno di esplorare altro oltre l’azienda chiamata famiglia. Nella loro semplicità, i dialoghi fra Lipa e Timo rendono bene lo spaccato dei timori e dei desideri dei giovani ragazzi, la loro voglia di trasgredire e le loro incertezze sul futuro. Il romanzo segue il ritmo febbricitante di Lipa, voce narrante, e si veste della sua lingua sperimentale, fatta di neologismi e parole strane, lingua fresca come l’età di chi l’ha forgiata: per questo il racconto sconfina spesso nel grottesco e nel fantastico, senza tuttavia dimenticare le incursioni psicologiche. Un romanzo ben riuscito, anche se si fatica all’inizio ad entrare nel ritmo e nel contesto: superate le prime pagine, viene voglia di capire come andrà a finire. A proposito: non si resterà delusi dal finale a sorpresa!



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