Impronte

Impronte

Ziya si chiude la porta alle spalle e, chiavi in mano, si dirige verso l’ascensore. Dal corridoio arrivano strani rumori, strani colori, strani spazi. Ziya si volta un attimo a guardare, poi entra e – chiavi sempre in mano – sale fino al diciannovesimo piano, porta numero novantuno. Suona. Sulla soglia compare la cameriera dagli occhi color miele della signora Binnaz. “Consegnerei le chiavi...”, farfuglia Ziya. Ma a quanto pare, stando a ciò che afferma la cameriera dagli occhi color miele, le chiavi possono essere consegnate solo alla signora Binnaz. Allora Ziya è costretto ad entrare in quella casa piena, piena da cima a fondo di centrini, zuccheriere, vasi, poltrone. Mentre attende nel salotto la signora Binnaz, Ziya si ferma davanti alla finestra a guardare un piccione, che – a dirla tutta – non gli sembra poi tanto reale. Allora Ziya decide di spostare lo sguardo e si imbatte nella maestosa signora Binnaz, che gli indica una poltrona, intimandogli con lo sguardo di sedersi. Non sembra avere il minimo sospetto che invece Ziya avrebbe preferito che tutto si svolgesse nel modo più veloce possibile. E mentre la cameriera dagli occhi color miele serve il caffè, la signora Binnaz parte in quarta con il racconto della propria vita...

Acclamato dalla critica come uno dei migliori scrittori esistenti, definito da qualcuno “il Kafka turco”, Hasan Ali Toptaş non è mai stato tradotto in italiano, finché Del Vecchio ha preso in mano la situazione affidando alle cure di una traduttrice tanto discreta quanto competente il difficilissimo compito di volgere nella nostra lingua un romanzo di una delicatezza e di una poesia davvero uniche. Il risultato è davvero strabiliante. Impronte è un libro che ti entra dentro poco a poco e si piazza lì, ben intenzionato a non andarsene. Ziya è un uomo che ha perso moglie e figlio in un modo atroce e beffardo, e cerca riparo dai fantasmi del passato rifugiandosi nel bucolico villaggio del suo ex commilitone Kenan. Passato e presente si fondono in lui come una sorta di gas lacrimogeno: confondendolo, facendogli perdere l’orientamento, spingendolo alla deriva. A un certo punto non si capisce più se Ziya stia sognando o se quello che gli succede è la realtà. Anche lo stile è onirico, quasi un flusso di coscienza: pochi, pochissimi punti a capo; dialoghi –o meglio monologhi ‒ che durano pagine e pagine; parole ricercate con una cura quasi maniacale; frasi lavorate a lungo e fin nei minimi dettagli. Kafka turco? Ora anche noi “italianofoni” potremo dire la nostra. Quello che è certo è che Hasan Ali Toptaş è un cantore straordinario.



 

 

 
 
 
 

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