Improvviso il Novecento

Improvviso il Novecento. Pasolini professore

Al posto del palazzo in mattoni rossi di via Pignatelli 21 subito dopo la Seconda Guerra Mondiale c’era un villino a due piani, la casa di Anna e Gennaro Bolotta, l’unica scuola media di Ciampino, una piccola cittadina alle porte di Roma, oggi famosa per la presenza di un aeroporto dedicato ai voli low-cost. Alla “Francesco Petrarca” – così i Bolotta avevano battezzato la loro piccola scuola privata – dal dicembre 1951 alla fine del 1954 insegnò un giovane professore del norditalia, Pier Paolo Pasolini (“Andare su e giù a Ciampino, per 25.000 lire al mese, come faccio, è una cosa insopportabile. Eppure la sopporto”). Alla vita ciampinese di Pier Paolo Pasolini i biografi hanno il più delle volte solo accennato, scrive Giordano Meacci, “un’infanzia spezzettata tra i boschi dell’Umbria e della Toscana, le estati cittadine di Monteverde nuovo, l’asfalto spianato da poco delle nuove strade di Ciampino”, che quindi ha deciso di raccontare quegli anni e l’esperienza dell’insegnamento in borgata del grande poeta, scrittore e cineasta. E di farlo attraverso (soprattutto, ma non solo) le testimonianze dei suoi allievi di allora. Partendo da Vincenzo Cerami – negli anni successivi anche collaboratore di Pasolini in tanti film stupendi –, che tra tanti ricordi semplici e struggenti ci regala la indulgenza del severo professor Pasolini verso gli errori legati al dialetto: “(…) scrivevo, come tutti i romani, strazzio con due zeta. Ma mi segnava quest’errore in rosso. Mi spiegava che si scriveva con una zeta ma non lo considerava un errore grave. Perché non voleva frustrare la parte della lingua che in noi era viva. Usava la matita blu solo se scrivevamo banalità, dette per inerzia o peggio per captatio benevolentiae”. Ma ascoltando anche tante persone normali, ragazzini di più di mezzo secolo fa, allora ignari che quel giovane professore appassionato e timido che faceva loro fare le gare di Latino sarebbe diventato uno degli intellettuali italiani più celebri e discussi del ‘900…

Giordano Meacci afferma di aver scritto questo libro “pensando agli appunti che si fanno, di solito, su un taccuino, quando si viaggia”. È esattamente l’impressione che ha il lettore mentre percorre questo Improvviso il Novecento, che è ben lontano dall’essere una “semplice” raccolta di interviste: le testimonianze degli ex allievi di Pasolini e di chi per un motivo o per l’altro gli è stato vicino negli anni dell’insegnamento alle scuole medie di Ciampino sono incardinate in un flusso di coscienza sulla vita privata di Meacci, con le sue riflessioni (e quelle dei suoi interlocutori più illustri) sulla contemporaneità o sull’opera e la vita di Pier Paolo Pasolini. Le interviste propriamente dette – comunque assai interessanti – sono utilizzate come spunti, appunti per una riflessione critica sulla vicenda pasoliniana e sul suo impatto sulla cultura italiana, romana. Il volume, realizzato con il contributo del Comune di Ciampino, si chiude con un breve saggio di Francesca Serafini sulle canzoni scritte da Pasolini - nel quale scopriamo un poeta amante della canzone popolare più verace (Claudio Villa, per esempio), alla quale riconosce il “potere magico, abbiettamente poetico di rievocare un tempo perduto”, e che invece disprezza il “mondo delle canzonette (…), non popolare ma piccolo-borghese” - e un’ancor più breve riflessione di Massimiliano Malavasi sul ruolo della città di Roma e di alcuni suoi quartieri o scorci nel cinema di Pasolini.



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