Indian creek

Indian creek
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Sono su un ponte alla confluenza di due fiumi, il Selway e l'Indian Creek. Mio figlio mi indica il grande pesce che scorre via con la corrente. "Sono i tuoi salmoni, papà?", mi chiede. Esito un istante prima di rispondere: "No, non sono i miei, ma sono dello stesso tipo. Forse sono i loro piccoli". Mi piace davvero pensare che quelli siano realmente i nipoti dei salmoni ai quali diedi una chance di vita quando ancora ero studente di Biologia della fauna selvatica. All'epoca accettai di essere, da ottobre a metà giugno, il responsabile di due milioni e mezzo di uova di salmone collocate proprio nel bacino di questi due fiumi. Il mio compito sarebbe stato quello di rompere il ghiaccio che si sarebbe potuto formare ai bordi dei canali, impedendo così all'acqua di gelare. Decisi di partire per sette mesi da solo, con sei libri e la mia amata cagnetta Boone. Ho vissuto in una tenda di tela a parete. La prima strada praticabile era a sessantaquattro chilometri; la persona più vicina a novantasette. Presto sarebbe arrivato l'inverno, quello vero. La neve avrebbe coperto qualsiasi cosa e io mi sarei ritrovato isolato, con una vita da inventarmi. Sono passati dodici anni da quel lungo inverno. E ve lo voglio raccontare....
Dovevamo inevitabilmente attendere che l'inverno esplodesse per recensire questo straordinario romanzo di Pete Fromm. Immaginiamoci pure catapultati in un bosco innevato, soli e con la claustrofobica certezza di passarci i prossimi sette mesi. Che cosa faremmo? Ci malediremmo, all'inizio. Reprimeremmo il panico ripetendoci come un mantra l'inventario degli oggetti portati. Stabilizzeremmo l'agorafobia inventando trappole, trasformandoci in abili cacciatori, persino noi che la odiamo, la caccia. Spareremmo: nella nostra testa non a qualcosa di vivo, ma a un bersaglio. Piano piano inizierebbe a prendere forma la meraviglia della natura. Lentamente comparirebbero riconoscibili i contorni di conigli, teatraoni, martore e alci. Ben presto inizieremmo a bastarci. Ma sapremmo poi raccontarlo come ha saputo fare così mirabilmente Fromm? Forse. Perché la potenza della natura ci apparterrà e verrà fuori senza la mediazione delle cose umane. Non è una casualità che le parti più riuscite di Indian Creek siano quelle nelle quali non intervengono altre voci all'infuori di quella dell'autore. Dove ascoltiamo chiari e puliti i suoni della natura, le parole degli animali. Dove è possibile sentire il respiro di una solitudine. Un romanzo di formazione che non si ferma al puro racconto dell'avventura, ma lo compenetra con elementi di pura intimità. Una storia d'amore.

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