Indifesa

Indifesa

Italia, primi anni Sessanta. Andrea è figlio unico e frequenta l’istituto Saint James, una scuola privata americana, sebbene abbia ben poco in comune con i bei vestiti e la mondanità dei suoi compagni di scuola. Lui è diverso, cosa che non mancano di fargli notare, di fargli pesare ogni giorno. A casa non va certo meglio: suo padre, nel suo ruolo di capofamiglia, ha già tracciato per lui il percorso della vita. Quale corso di studi dovrà frequentare dopo le medie, quali compagnie dovrà evitare, quali problemi dovrà giocoforza affrontare. Andrea conosce pochissime persone che sanno essere se stesse, dunque orgogliosamente diverse: il professor Fabrizi, ad esempio, l’insegnante di storia, che spiegando l’errore dei francesi nel tracciare la linea Maginot induce gli allievi a dare ciascuno un proprio, personale significato alla frase “lottare per la libertà”. E poi Livia, che siede in un banco all’angolo e sa fare una cosa che Andrea non ha imparato mai, nemmeno da adulto, nemmeno a ottant’anni: saper mettere una distanza tra sé e gli altri, una distanza buona, e saperci stare dentro. Questa inspiegabile sensazione di alterità trova infine risposta un mattino, nel bagno della scuola, quando ad Andrea capita qualcosa che ai maschi come lui non dovrebbe capitare: dai suoi pantaloni vede sgorgare una macchia di sangue rosso...

Ci sono scrittori capaci di incantare con un singolo concetto espresso in poche righe, se non addirittura in poche parole. Altri, invece, per lasciar emergere ciò che hanno da dire devono esplodere in pagine e pagine, dettagliando ogni singola metafora, ogni singolo frammento di storia. Giuseppe Cesaro rientra nella seconda categoria: quando pensi di aver capito ciò che intendeva, e senti dentro proprio l’emozione che voleva trasmetterti, lui continua a spiegartela. E ancora. Certo da adolescenti, quando avevamo l’età di Andrea, forse eravamo altrettanto verbosi sul nostro male di vivere. Se ci è capitato di sentirci “diversi”, quale che sia il significato che ha per noi questa parola, ce lo ricordiamo bene. Avvertire dentro di sé qualcosa di inspiegabile e non avere nessuno, proprio nessuno con cui poterne parlare. Qualcosa che va contro ciò che la società, la religione, la morale si aspettano che siamo. Là fuori ci sono persone cattive, che oggi hanno un nome, e se ne parla, ma a quei tempi no, non se ne parlava. La parola “bullismo” non viene pronunciata nel romanzo. Cesaro la sfiora infinite volte, interminabili perifrasi che centrano l’obiettivo, ci fanno sentire il dolore di Andrea come se fosse nostro. E quando lo abbiamo sentito fino in fondo, l’autore ce lo rispiega. E ancora.



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