Inferiori - Come la scienza ha penalizzato le donne

Inferiori - Come la scienza ha penalizzato le donne

Secondo Charles Darwin, sebbene le donne siano “in linea generale superiori agli uomini per qualità morali” sono “inferiori dal punto di vista intellettivo, e mi sembra che, a causa delle leggi dell’ereditarietà (...) sia molto difficile che possano diventare intellettualmente uguali all’uomo”. Questo un passaggio di una lettera che il noto scienziato inviò nel 1881 alla signorina Caroline Kennard, impegnata femminista del Massachusetts, che aveva ingenuamente pensato che un genio come Darwin non potesse credere che le donne fossero per natura inferiori agli uomini. Ma si sbagliava. E, come lei, si sono sbagliate tutte le donne e coloro che nel corso degli ultimi decenni hanno ritenuto che il sessismo e il maschilismo non avessero una reale base scientifica e fossero dovuti sostanzialmente ad una scarsa cultura. Fin dagli esordi, gli studi scientifici sono stati improntati a riconoscere la superiorità dell’uomo e del maschio, relegando la donna quasi esclusivamente alla sua funzione procreativa o di sostegno sociale. La nascente biologia supportava con ogni mezzo questo divario, sottolineando le peculiarità femminili (dalle ciclicità ormonali alla gravidanza e fino alla menopausa) come limiti ed ostacoli ad un lineare sviluppo anche intellettivo. È così che, nel tempo, si è strutturata una voluta credenza secondo cui le donne sarebbero meno portate per gli studi scientifici, limitate nella capacità di ragionamento e calcolo, negate per l’osservazione e l’analisi specie sul campo. Eppure, negli ultimi vent’anni, i numeri parlano chiaro: sono le donne quelle che ottengono i risultati più brillanti negli studi, nella ricerca e nell’innovazione tecnologica. Come mai?

Ce lo spiega Angela Saini, pluripremiata giornalista scientifica laureata ad Oxford, che ripercorre le tappe più significative del percorso scientifico al femminile degli ultimi due secoli. Scopriamo così che sono numerose le donne che hanno dedicato la propria vita alla ricerca scientifica, che hanno contribuito in maniera determinante alle scoperte più innovative in ogni campo della biologia e della medicina, e che sono state dimenticate, emarginate, censurate. Alla base di questo sistema discriminatorio non c’è alcuna ragione scientifica, come affermava erroneamente Darwin: il punto di partenza errato è lo stereotipo, la credenza voluta e diffusa per cui vi sarebbero differenze fisiche tra uomini e donne tali da rendere queste ultime intellettivamente “inferiori”. L’autrice ci accompagna in un variopinto labirinto di studi antropologici, sociologici e psicologici che dimostrano come lo stereotipo condizioni in maniera determinante anche lo stesso risultato matematico. Scopriamo così che le candidate di un concorso risultano più o meno preparate a seconda che si ricordi loro l’appartenenza al sesso femminile: non solo chi deve giudicare l’operato viene influenzato dal genere, ma anche chi si sottopone al test. Quindi non sempre due più due fa quattro: dipende se ad addizionare è un uomo o una donna. Questo preclude alla scienza una serie incalcolabile di opportunità, e le nega al mondo intero, dimezzando le possibilità di progresso. Inoltre, le specificità biologiche femminili non costituiscono un limite, come sono state definite nei secoli scorsi, bensì un arricchimento e una valida alternativa alle peculiarità maschili, e sono preziosamente complementari. Basare la ricerca, il progresso, lo studio solo su metà della popolazione significa semplicemente ottenere un risultato a metà. Un’opera interessante e ardita, quella di Angela Saini, forse solo un po’ troppo articolata. La lettura non risulta scorrevole, è una difficile via di mezzo tra il racconto storico e il trattato scientifico, ma non riesce ad accontentare entrambe le categorie con un semplice fluire, risultando infine difficile e farraginosa. L’intento femminista (laddove per femminismo si intenda la pari opportunità) è certamente valido, ma ancora distante dall’affermazione effettiva della donna come scienziata. È comunque un’interessante opera, che raccoglie dati sconosciuti e nomi troppo spesso ignorati, e che pertanto dovrebbe quanto meno integrare i tradizionali manuali di storia della scienza.



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