Infinite jest

Infinite jest

Clima impazzito, umidità soffocante, invasioni di insetti. Il futuro prossimo ha il sapore amaro di un incubo: gran parte del territorio dello Stato del New England è stato convertito a discarica e ceduto in gestione al Canada da quelli che erano gli United States of America e ora si sono ribattezzati Organization of North American Nations (ONAN), diventando da imperialisti – cioè interessati a estendere il loro dominio e/o la loro influenza su altre nazioni - experialisti, cioè affannosamente intenti a cedere a terzi il loro dominio e/o la loro influenza su tutti i territori che non riescono a governare come vorrebbero. Non c’è aspetto della vita quotidiana che non sia invaso e regolato dalle logiche del marketing: persino gli anni sono sponsorizzati e prendono il nome da un prodotto diverso ogni 12 mesi. Su tutto vigila l’occhio della InterLace Telentertainment Corporation, che monopolizza entertainment pubblico e privato e l’informazione. Il giovane Hal Incandenza, enfant prodige del tennis juniores, tenta di iscriversi a una prestigiosa università, ma durante il colloquio con la commissione responsabile dell’immatricolazione degli studenti – colloquio al quale Hal si reca con lo zio Charles Tavis, che parla per lui magnificandone le doti mentre il ragazzo è chiuso in un serrato mutismo - vengono avanzati pesanti dubbi sulla verosimiglianza dei suoi voti al college in tutte le materie, al di là della sua classe tennistica che nessuno mette in discussione. Fino a quel momento infatti ha frequentato l’Enfield Tennis Academy, una struttura scolastico-sportiva fondata dal suo defunto padre James e gestita dalla sua famiglia (la tirannica e sessualmente disturbata madre Avril e i fratelli di Hal Mario, deforme fisicamente e ritardato mentalmente, e Orin, giocatore professionista di football e seduttore seriale). Interrogato a proposito dei suoi presunti voti ‘gonfiati’, Hal non sa dare spiegazioni, e anzi emette una serie di suoni non umani suscitando una reazione di orrore nei membri della commissione. Intanto l’otorinolaringoiatra di fiducia del Ministro saudita dell’Home Entertainment, medico divenuto ricchissimo a forza di liberare con dei cotton-fioc il naso di Sua Eccellenza da grumi di Candida albicans, viene in possesso di una strana cartuccia per teleputer che contiene un enigmatico filmato che riduce chi lo guarda a un vegetale in stato catatonico. Si tratta dell'Intrattenimento (alias "Infinite Jest" o il samizdat), un cortometraggio interpretato da Joelle Van Dyne, una tossicodipendente speaker radiofonica famosa per la sua straordinaria bellezza che però nessuno ha mai visto, perché la donna gira sempre con il viso coperto da un velo. Regista di "Infinite Jest" è James O. Incandenza, fondatore dell'Enfield Tennis Academy e padre di Hal, suicidatosi anni prima infilando la testa nel microonde. Cosa c’è di tanto mostruoso in Infinite Jest? Anche una cellula terrorista di separatisti del Quebec - tutti rigorosamente paraplegici - Les Assassins des Fauteulis Rollents (AFR), è sulle tracce di una copia del film, per usarla come arma…

Scritta nell’arco di tre anni, la schizzata distopia che ha consacrato David Foster Wallace al rango di scrittore di culto è un peso massimo di quasi 1200 pagine, delle quali circa 150 occupate da fittissime note dell’autore (ed errata corrige!) scritte in piccolo piccolo che non sempre riescono nell’intento di essere esplicative, ammesso e non concesso che l’intento dell’autore fosse quello. In Infinite jest tutto è oversize, ipertrofico, tutto è grandeur: è un libro che – oltre che essere utilissimo come arma di offesa se frullato in testa a eventuali aggressori - sta a un romanzo ‘normale’ come il ciclo integrale di Dune sta a La ballata delle prugne secche di Pulsatilla (e non stiamo parlando di qualità letteraria, ma di complessità e grandiosità dell’affresco) o come un mammuth sta a un topolino di campagna. Ma le dimensioni non contano, ci hanno insegnato. E quindi tralasciamo le frasi mostruose lunghe anche più di una pagina e irte di incisi che nemmeno un porcospino col piercing, i dialoghi à la Ionesco, il ricorso temerario ad aggettivi insoliti e rari o a neologismi e concentriamoci sulla sostanza. Siamo – come era già successo con il debutto di Wallace, La scopa del sistema - dalle parti di Thomas Pynchon, Don DeLillo, Kurt Vonnegut jr., ma qui l’appartenenza alla corrente letteraria postmoderna si fa più sfumata, diventa quasi una forzatura da critici col feticismo delle categorie: i riferimenti alla cultura pop sono più rari, l’atmosfera è più cupa (a tratti venata persino di horror), i temi trattati più drammatici (fanno capolino qua e là incesto, prostituzione, violenza, droga), lo scenario più apocalittico, la critica sociale più virulenta ed evidente. Per dirla con lo scrittore Jonathan Franzen, siamo di fronte a un “attacco frontale alla cultura dell’entertainment passivo”. Insomma verrebbe da chiedersi: 1200 pagine, fantapolitica a gogò, linguaggio arzigogolato, come farà a vendere ‘sto librone qui? Nonostante gli apparenti ostacoli a un successo commerciale (o forse proprio a causa di questi), Infinite jest ha ricevuto sin dalla sua uscita la patente di romanzo-culto e una ottima dose di pubblicità gratis: recensioni entusiastiche da parte di quasi tutti gli scrittori più in voga e su tutti giornali ‘che contano’, premi letterari a iosa, persino apparizioni sulla stampa scandalistica. E puntuali sono arrivate le vendite: “Una parte di me era estremamente gratificata da questo successo inatteso”, ha dichiarato David Foster Wallace in una intervista di qualche anno fa, “ma un’altra parte di me fiutava la trappola. Che ci fosse attorno al libro tanta eccitazione ma che pochi lo avessero letto davvero, che la gente lo comprasse ma lo trovasse troppo duro da leggere, che fosse tutto basato su un equivoco”. Sarà forse anche così - e del resto il mondo della comunicazione e del mercato editoriale è basato anche su queste dinamiche - ma il turbinio di plot e subplot (impossibile fonderli in un disegno lineare e facilmente comprensibile) al quale Wallace sottopone il lettore ha un fascino innegabile e denuncia una padronanza della creatività e della scrittura che a tratti persino spaventa. Il titolo è ispirato a una scena dell’Amleto di William Shakespeare nella quale il principe danese protagonista della tragedia confessa al teschio di Yorick: “Alas, poor Yorick! I knew him, Horatio; a fellow of infinite jest” ("Ahimè, povero Yorick! L'ho conosciuto, Orazio: un compagno di scherzi infiniti”).



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER