Inox

Inox

Se lavori in un’acciaieria, anche l’errore più lieve si può rivelare fatale, sia in termini di salute che di vite umane. Se poi l’acciaieria in questione è quella di Terni, fiore all’occhiello della siderurgia nazionale, nota a livello mondiale e che da sola produce il 17% dell’acciaio inox europeo, allora il danno può essere ingente anche dal punto di vista economico. Lo sa bene la Squadra C, addetta al Forno 3, che, in un giorno come tanti altri, vede la siviera perdere improvvisamente quota, e rovesciare tonnellate di acciaio a millecinquecento gradi davanti ai propri occhi. Per fortuna nessuna vittima. Ma lo spavento c’è stato e anche una perdita nella produzione, per cui il carropontista, Giulio Stocchi, viene subito convocato. E, con lui, il caposquadra, Sergio Asciutti. Asciutti come l’amministratore delegato dell’azienda, di cui è fratello. Il primo nei capannoni arroventati, il secondo dietro una scrivania; l’uno abbrutito dalla fatica fisica e dai soldi che non bastano mai, l’altro nel pieno di una carriera sfavillante; Sergio tutto moglie, figlio e genitori anziani da accudire, Claudio tutto viaggi, lusso ed apparenza. I due fratelli Asciutti, nel lavoro come nella vita, sono tra loro distanti, come due calamite con i poli opposti. E, certo, non favorisce l’avvicinamento l’incidente con l’acciaio fuso, di cui, alla fine, è riconosciuto colpevole il solo Giulio Stocchi, spostato in altro reparto e con altra mansione, nonostante la non chiara ricostruzione delle dinamica dei fatti. Soprattutto non è chiaro il ruolo di un addetto alle pulizie in un luogo ed ad un orario in cui non avrebbe dovuto esserci. Ad ogni modo, il caposquadra, il posto di lavoro, lo conserva. Volente o nolente, è pur sempre il fratello del capo…

“Entriamo in fabbrica già scazzati e con la voglia di essere altrove. Qualsiasi posto è preferibile a quest’accozzaglia di ferro e cemento che notte e giorno sbuffa vapori e fumi per produrre una lamiera luccicante, avvolta su se stessa a chiocciola, che prenderà la strada di mezza Europa e oltre”. Raramente capita d’imbattersi in un incipit tanto folgorante. L’opera d’esordio di Eugenio Raspi inizia in questo modo, e coerentemente procede. Raspi, infatti, dell’acciaio e del suo processo produttivo ha una conoscenza che va al di là della pura teoria. Non è solo nato a Narni, a pochi chilometri dalle Acciaierie di Terni, ma all’interno dei capannoni di quelle stesse acciaierie ha lavorato per oltre vent’anni. È uno, insomma, che i ferri del mestiere li conosce nel senso letterale dell’espressione, e si sente in ogni rigo del libro. Si sente nelle descrizioni di macchinari e attrezzature, negli stati d’animo degli operai in balia di padroni sempre diversi, nell’incertezza del domani, che è palpabile come il pulviscolo di nichelcromo che invade i capannoni, nel lessico cameratesco dei colleghi sfiancati dai turni, e soprattutto si sente in Terni, l’altra grande protagonista del libro. Lo sfondo su cui si staglia la mole immensa della fabbrica ed in cui si snoda la vicenda non è una città qualsiasi: è la vera Terni, con i suoi monumenti, i suoi quartieri, i suoi simboli ‒ Sabbioni, Borgo Bovio, Sant’Agnese, l’architettura d’avanguardia del villaggio Matteotti, Benedetto Brin, la Lancia di luce di Arnaldo Pomodoro… ‒ e le sue acciaierie, “un transatlantico incagliato nel tessuto cittadino”. “Il nostro polo siderurgico è una cattedrale del lavoro in mezzo a un territorio in crisi; i molti senza occupazione pregano che se ne spalanchino le porte, mentre i tanti che stanno dentro bestemmiano per lasciarsele alle spalle”, scrive Raspi. E, quando non lo scrive, lo lascia intendere. Questo il motivo per cui Inox, sebbene opera (mirabile) di fiction, non si riesce a leggere in modo spensierato.



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