Insegnami la tempesta

Insegnami la tempesta

È andata a cercarla lassù, sulla sommità della collina dove sorge il convento. Piove, le fa male la testa. Suona il campanello, le aprono e si ritrova davanti alla grata del parlatorio. Quando sente dei passi Emma si volta, mentre tutta la rabbia accumulata durante il viaggio in macchina “diventa fisica e palpabile”. Ma non è lei che si ritrova davanti; ad accoglierla è arrivata una suora giovane e a lei Emma chiede di sua figlia Matilde. La suora dice di non conoscerla. Allora lei pronuncia quel nome che ha taciuto per diciotto anni. Emma chiede di parlare con Irene, la sua migliore amica che non vede da quel giorno in cui l’ha abbandonata senza dire una parola, quando era sola, spaventata e aveva soltanto lei vicino. Bisogna prendere un appuntamento, è un convento di clausura. Emma non si muove e pretende di incontrare Irene, Suor Irene. La sera prima l’ha chiamata dal convento per tranquillizzarla e dirle che sua figlia era lì da lei. Matilde non ha nemmeno diciotto anni ma è sicura di sé, indipendente, intelligente, matura. Ma è anche solitaria e di poche parole, soprattutto con sua madre. A detta di sua figlia, Emma è severa, assillante, opprimente e sono anni che la ragazza la tiene a distanza; è invece legata a Fausto, che fino all’adolescenza ha creduto suo padre, che l’ha cresciuta e la ama come se lo fosse davvero, che l’ha amata da quando ha scelto di “fare da sponda alla tristezza” di sua madre incinta, spaventata e in contrasto con i suoi genitori, sposandola. Quando Matilde ha detto ai suoi di aspettare un bambino, la situazione tra lei ed Emma è precipitata. Il silenzio si è fatto ancora più ostile, le parole più aspre, i gesti più difficili. Gli abbracci inesistenti. Allora Matilde ha deciso di allontanarsi da casa senza dire nulla, per cercare di capire. Per provare a trovare quella madre così distante nei luoghi della sua vita che le ha sempre taciuto e di cui non vuole parlare, e così tentare di capire anche se stessa, quello che prova in questo momento in cui aspetta un bambino e le sembra di non sentire niente. Sarà stato così anche per sua madre? Perché non è capace di chiederglielo? Perché Emma non è capace di leggere il bisogno di risposte negli occhi di sua figlia? Allora Matilde ha pensato di cercare colei che si è trovata con sua madre a quel bivio diciotto anni prima. Un bivio che per Emma ha significato scegliere se abortire o tenere sua figlia, un bivio che ha separato Emma e Irene all’improvviso, lasciando vuoti e nessuna risposta a colmarli, restate sospese nel tempo ad alimentare delusione e dolore. Un bivio che ha allontanato una madre da sua figlia, ancora prima che venisse al mondo…

All’indomani del successo del suo romanzo d’esordio,L’animale femmina, con il quale ha vinto il Premio Calvino 2017, Emanuela Canepa, bibliotecaria padovana, sceglie ancora una volta di puntare lo sguardo sui conflitti familiari, con una storia tutta al femminile nella quale le tre protagoniste devono attraversare un momento drammatico per fare pace l’una con l’altra e soprattutto con loro stesse, per ritrovarsi e poi allontanarsi con serenità dopo aver guardato negli occhi i propri fantasmi così da averne meno paura. È una storia che parla del rapporto tra madre e figlia, di amicizia, di maternità e soprattutto di libertà. La gravidanza è una cartina tornasole, la scintilla, la rottura, la crisi – nel significato orientale di opportunità – soprattutto per due di loro, ma trasversalmente e certamente anche per la terza. Si tratta di donne profondamente diverse ma inestricabilmente legate e alla ricerca di risposte, personalità fragili e forti ad un tempo, come è spesso una donna, vulnerabile alle tempeste ma capace di cavalcarle. All’origine c’è Emma, quarantenne insoddisfatta, inaridita dalla convinzione più o meno conscia di aver sacrificato il suo futuro (amava l’arte e si dedicava con passione a studiarla all’università), sente di aver subito delle scelte senza averle fatte davvero. Una vita di sacrifici e rinunce che pure lei ritiene un vanto ma che suonano come rimpianto e rimprovero soprattutto agli occhi di sua figlia – “Tu non saresti niente senza il tuo sacrificio” le dice – che avverte l’insoddisfazione di sua madre e se ne fa una colpa; l’equilibrio della ragazzina, pure determinata, si infrange quando, in un momento di rabbia di Emma, viene a sapere che in un primo tempo, smarrita e impaurita, aveva pensato all’aborto. Ed ecco che il conflitto sotterraneo esplode e l’incomunicabilità, l’incapacità di dire davvero, hanno il sopravvento. E riportano ad un altro silenzio, a un altro tradimento, a un altro abbandono che ha segnato profondamente Emma in un momento delicato. Serve che si incastrino di nuovo tutti i pezzi e questo sembra accadere nel convento delle clarisse in cui Irene si è rinchiusa – nonostante lì i tre personaggi curiosamente quasi non interagiscano – perché si possa ripartire da qualche parte. Senza una vera soluzione, senza un pieno happy end, ma con una possibilità per tutte. Che non è poco. A conclusione del romanzo, infatti, si ha la sensazione non di una storia chiusa ma di un episodio di vita a se stante. La scrittura di Emanuela Canepa è asciutta, minimale, più che essenziale tanto nella forma, che nei contenuti e nei sentimenti, è come se l’emozione fosse – forse volutamente – trattenuta. Questo però fa sì che la storia, senz’altro piacevole e assai intrigante per circa metà romanzo, un po’ conosca una stasi per poi proseguire senza guizzi. L’amore, il legame che unisce (in diverso modo) le tre donne, si intuisce, c’è, ma è algido, non riesce a scaldare abbastanza loro e nemmeno il lettore, almeno non del tutto. Presto diventa evidente che a stare davvero a cuore all’autrice sia una riflessione sulla libertà; la conferma arriva dalle sue stesse parole in una intervista: “Il romanzo parla soprattutto della libertà o dell’idea della libertà, perché inevitabilmente in gravidanza cambia la percezione della libertà per una donna”, percezione che è profondamente diversa per Emma e Matilde. E ancora: “Si parla della libertà di scegliere. E anche di sbagliare. La libertà e la realizzazione di sé sono dei temi presenti anche nel romanzo precedente. Non ci può essere libertà senza errori, che permettono di sperimentare. Anche se, seguendo la libertà, rischiamo sempre di deludere qualcuno”. Emanuela Canepa si è anche espressa riguardo il titolo, variamente interpretato da lettori e critica. Ha detto in un’altra intervista: “L’ho sentita come una sorta di invocazione di Emma a Matilde, la madre alla figlia. […] Matilde è una portatrice di tempesta con la stessa forza con cui Emma rifugge dal conflitto. Mi piaceva immaginare che, in un futuro non compreso dallo spazio circoscritto del romanzo, potesse rendersene conto, e aver la forza di rivolgere alla figlia questa precisa richiesta: insegnami a praticare la tua tempesta”. Ci sono madri e donne ovunque in questa storia, persino nelle corsie di ospedale dove la versione materna di Dio, con il sembiante di Maria, dona conforto a chi soffre. Perfetta per chi di donne e madri ama leggere.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER