Insegnanti (il più e il meglio)

L’aula docenti non è il luogo migliore per studiare né tantomeno per fare amicizia. Meglio il bar o la biblioteca. E tra una chiacchiera e una verifica da correggere, vien fuori una domanda assai intrigante: in quali modi si può essere insegnante? Primo: essere insegnanti per se stessi. Per i privilegi che questo mestiere ha in sé. Un modo che fa inevitabilmente danno. Molto danno. Secondo: farlo per l’altro ma, in fondo, farlo per sé. Per il bisogno di approvazione e di legittimazione. Un modo che può diventare dannoso e che, comunque, non è mai proficuo. Terzo: insegnare per l’altro. Una modalità oblativa con il rischio di perdere se stessi. Quarto: farlo per sé per farlo per l’altro. Curare la propria crescita per insegnare a crescere. Una lucidità che si perde l’attimo prima di entrare in classe, sopraffatti dalla paura. Diciassette anni di insegnamento e mai una mattina senza la paura: ascolteranno? Comprenderanno davvero fino in fondo quello che desidera trasmettere loro? È necessario essere “lucido, intelligente, equilibrato, competente”. In ciascuna delle classi, per ciascuno degli argomenti. La paura viene dal senso di responsabilità verso i ragazzi che stanno costruendo, giorno dopo giorno, la loro vita. Come Enrico Bottini, l’alunno mediocre. Quello che suscita la domanda “ma chi me lo fa fare?”. Quello che è l’unica risposta a questa domanda…

Frustrazioni, interrogativi, aneddoti, storie, riflessioni. Un romanzo sulla scuola? Un saggio di didattica? Una biografia? Roberto Contu, insegnante da più di diciassette anni, alle prese con genitori, innamoramenti, letteratura classica e social network, voti e compiti, fa un’analisi dell’io docente e del tu discente, attori dell’apprendimento, profonda e sincera, senza mistificazioni né retorica, tenendo fisso lo sguardo sulla persona, oltre le generalizzazioni e gli stereotipi. L’insegnante che ne vien fuori è faticosamente orientato ad un ideale ma quotidianamente frustrato dalle situazioni: un eroe dei nostri giorni che non vuole mollare (resistere ed osare sembra essere il suo motto) perché sente il peso della responsabilità del suo agire, la necessità di fare bene il proprio mestiere nelle piccole come nelle grandi cose. E la scuola descritta è di quelli nati negli anni Zero. Generazione social dalla nascita, con un modo tutto nuovo di imparare: non più sequenziale ma fatto di connessioni multiple e di un linguaggio diverso. Mai banale, a tratti controcorrente, puntuale nelle riflessioni, Contu arricchisce la sua scrittura, essenziale e diretta, con riferimenti bibliografici e citazioni. Le riflessioni, le scoperte e le esperienze descritte sono diventate un blog, articoli di giornale e finalmente un libro, nato dall’esigenza di raccontare il proprio punto di vista e dare voce a chi la scuola la conosce davvero.

 


 

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