Insieme ma soli

Insieme ma soli
“Nella tradizione psicoanalitica un sintomo indica un conflitto, ma ci distoglie dal capirlo o risolverlo e un sogno esprime un desidero. Ragionando in quest’ottica, i robot sociali fungono sia da sintomo che da sogno.” Inizio più o meno da qui il mio tentativo di ragionare sull’interessantissimo saggio di Sherry Turkle “Insieme ma soli”, e il sottotitolo (perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri) la dice lunga sulle conclusioni alle quali l’autrice è giunta dopo anni di ricerche sul campo. Cominciando ovviamente dai paesi dove il tappeto tecnologico è praticamente completo come gli Stati Uniti, consideriamo l’inserimento nella nostra vita dei robot sociali, ovvero di quei “giocattoli” interattivi che vanno a sostituire la funzione, sulla carta esclusiva, dell’amico, del partente, del compagno. Fantascienza, diranno i puristi del genere umano. Come no, vorrei rispondere, ma se andiamo a verificare qualcuna delle informazioni riportate dalla Turkle, se solo decidiamo di guardare le immagini sul web di questi esperimenti di interazione tra umani e androidi, allora guarderemo con occhi diversi i nostri telefonini, i nostri computer, i nostri strumenti tecnologici. Perché è vero che la società moderna ci ha indotti a formare una sorta di disponibilità emotiva (la Turkle si spinge fino a definirla filosofica) nei confronti di una possibile compagnia e partner robotico. Come se il tutto fosse racchiuso dentro una mega operazione di marketing che invogli la razza umana a scegliere, anche nei rapporti, la comodità di non dover restituire al proprio partner l’amore, l’affetto, la comprensione che noi richiediamo e pretendiamo per noi stessi. Perché questo fanno i robot (intesi come intelligenza artificiale racchiusa in una forma umanoide, canina o magari vagamente somigliante a un cucciolo di foca) quando decidiamo di accoglierli nella nostra vita. Rappresentano un interlocutore capace di ascoltarci, comprenderci e capirci, senza l’onere della reciprocità. E non importa che ciascuno di noi, infondo al cuore e dentro al cervello, sia consapevole che il soggetto a cui ci rivolgiamo sia un ammasso di cavi e plastica. Quello che conta è la magia creata, come nel cinema, dal contatto visivo e fisico tra noi e l’automa. I soggetti più succulenti per questo tipo di mercato sono naturalmente i più vulnerabili. Bambini e anziani sono quelli che più e meglio si adattano alla convivenza sociale con un’intelligenza artificiale che, guarda caso, funge da surrogato alle persone che dovrebbero essere fisicamente presenti nella loro vita. Genitori e figli, distanti per questioni di lavoro, di vita ormai autonoma, sono quel che veramente manca nelle loro vite... 
I bambini oggetto di studio della Turkle hanno ammesso di aver provato affetto per questi piccoli robot da compagnia, perché in quelle settimane di convivenza hanno avuto finalmente la possibilità di parlare con qualcuno. E in Giappone pare che alcuni figli, impossibilitati a visitare i genitori perché lontani dal luogo ove risiedono, assoldino attori che li sostituiscano nell’incombenza. Da parte loro, i genitori, pur di ricevere una visita rappresentativa del figlio lontano, accettano di buon grado la faccia nuova e stanno al gioco. E quanto poco ci vuole perché da un estraneo si passi a un robot? In pratica, dall’intelligenza artificiale stiamo arrivando a grandi passi alla definizione (e creazione) di un’emozione artificiale, ovvero l’arte di far esprimere alle macchine cose che, se espresse dalle persone, sarebbero considerate sentimenti. La rappresentazione dei sentimenti è cosa antica, segreto di teatro, cinema, musica. Oggi si vuole andare oltre, semplificando dentro una tecnologia complessa la somma dei nostri bisogni, sottratti al peso del rischio di fallire e dell’obbligo di restituire.

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