Insondabile destino

Insondabile destino

Giorni nostri. La professoressa Beatrice Sensi è una donna bella ed elegante, specializzata in semiotica, simbologia e psicologia ed è innamorata del suo lavoro di insegnante e ricercatrice all’Università. Spesso la ricerca la porta a collaborare con il titolare del dipartimento di Slavistica, lo stimato professor Bazzarenti, particolarmente interessato al linguaggio magico, alle simbologie misteriose, alle connessioni tra i segni linguistici, pittorici e musicali. Di indole riservata e solitaria, è più facile vedere la Sensi portare tomi pesanti e polverosi lungo i corridoi dell’Ateneo che fermarsi a chiacchierare con i colleghi, e questo è uno dei motivi per i quali se ne distingue abbastanza. Quel giorno, come d’abitudine, è andata al bar del primo piano più tardi rispetto all’ora di pranzo per gustarsi in pace un’insalata di cereali e dare un’occhiata alle notizie del giorno. Mentre scarta distrattamente le tragedie e le solite questioni politiche e finanziarie, qualcosa attira la sua attenzione: “Nuovi ritrovamenti archeologici, risalenti al tempo dei Celti”. La notizia è particolarmente interessante perché i ritrovamenti sono avvenuti ai confini con la Pannonia, odierna Ungheria, ma provengono da molto lontano, certamente dall’Irlanda. Beatrice decide di parlarne immediatamente a Bazzarenti il quale le suggerisce di realizzare una ricerca comparata sulla mitologia celtico-irlandese e quella slava, russa nello specifico; potrebbe esserle certo d’aiuto consultare il professor Malcovati, esperto di folclore russo. Non è affatto una cattiva idea, pensa Beatrice. Non vede da qualche anno Niccolò Malcovati ma se lo ricorda bene quell’uomo decisamente affascinante, forse un po’ troppo snob ma galante, “un perfetto mélange di moderna antichità che gli permette di avere sempre molteplici punti di vista sui fatti e sulle persone”. Irlanda, circa 1000 anni a.C. Ynyr è un druido, un personaggio importante nel suo villaggio e vive in una capanna con sua moglie Una e la loro primogenita Gwyny. La ragazzina ha più o meno nove anni ed è sveglia ma, al contrario delle sue coetanee che hanno già altri interessi, preferisce scorrazzare sulle verdi colline intorno al villaggio con l’adorato cagnolino Axl. Una sta per dare alla luce un altro figlio ma cattivi presagi hanno già fatto visita a suo marito, c’è qualcosa che non va, qualcosa di brutto sta per accadere ma il potere del druido non può nulla per impedirlo. Un giorno Gwyny è sola con sua madre che canta sommessamente una nenia accarezzandosi il ventre prominente, all’improvviso si accorge che lei sta male e perde sangue e subito manda Axl a chiamare suo padre. Ma nemmeno il potente druido può aiutarla. Riesce soltanto a fare in modo che, con un incantesimo, sua moglie prima di morire faccia nascere la loro secondogenita. Alla cerimonia di sepoltura ci sono soltanto loro due, Gwyny e Ynyr, perché il dolore è un fatto privato; ci sarà tempo per dare la triste notizia agli altri. Durante il sacro rito la bambina vede qualcosa di strano, un velo fluttuante che sagoma il corpo di una donna, sua madre, e poi le parla. “Tu sarai la memoria e il futuro. Sarai colei che sa squarciare il velo e vedere la luce”. Prima di scomparire, la visione le consegna un curioso oggetto rettangolare ricoperto di pelle di daino, contenente finissime pezze di pelle di pecora. Cosa lega Beatrice e Gwyny, così lontane nel tempo e nello spazio? Cosa è questo strano oggetto che l’ombra di Uma ha consegnato a sua figlia?

Anna Ferrari, milanese, insegna inglese in un liceo e all’improvviso – “come un fuoco che si appicca dopo che la brace ha covato per un po’ sotto la cenere”, come ha spiegato lei stessa – è approdata alla scrittura. Dopo qualche altra pubblicazione, ispirata durante una passeggiata con il suo adorato cagnolino Hazel, scrive Insondabile destino, romanzo che ha per protagoniste due figure femminili forti e intense, legate da un filo invisibile attraverso i secoli. Anna Ferrari tesse questo filo in parallelo per dipanare le loro storie fino a congiungerle e a farne un racconto ricco e fascinoso. La passione che l’autrice ha confessato nei confronti dei miti e delle fiabe la accomuna certamente a una delle due protagoniste, la professoressa Sensi, che ha tutta l’aria di essere anzi una specie di alter ego letterario della stessa Ferrari. Una passione che si riversa e viene, per contro, evidenziata dalla ricchezza di informazioni, nozioni e notizie che infarciscono la narrazione e denunciano, in aggiunta, un approfondito lavoro di documentazione e ricerca storica, archeologica e letteraria. Sarebbe davvero interessante sapere quanto tempo è stato dedicato a questo lavoro certosino che si estende soprattutto ad approfondimenti riguardo una civiltà estremamente affascinante e, per molti versi, ancora misteriosa quale è quella dei Celti, nome generico con il quale si comprendono le tribù, appartenenti ad un unico ceppo, che abitarono gran parte dell’Europa e dell’Asia Minore tra il VIII secolo a.C. e il II secolo d.C. e che (occorre dirlo) effettivamente si spinsero – mescolandosi con le popolazioni locali – anche in Pannonia e persino più in là ad est. Un lavoro di documentazione apprezzabile che ha permesso all’autrice di scrivere un romanzo denso, di piacevole lettura e certamente interessante per chiunque si interessi di questo antico popolo.



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