Intorno alla Luna

Intorno alla Luna
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1860 e qualcosa: il mondo è col fiato sospeso. Da pochi giorni un enorme cannone Columbiad piantato nel suolo della Florida ha sparato verso la Luna un grande proiettile metallico cavo che trasporta Barbicane, presidente del Gun Club, che ha ideato la spedizione, il capitano Nicholl, che l’ha da subito ritenuta impossibile e per scommessa ha deciso di parteciparvi, e l’avventuriero francese Michel Ardan, che non manca mai dove c’è qualche impresa estrema da compiere. I vapori dell’esplosione hanno nascosto la vista del satellite per giorni, e nessuno sa cosa sia successo agli intrepidi esploratori. In realtà i tre, scossi violentemente dalla spinta di sei miliardi di litri di gas sviluppati dalla deflagrazione della pirossilina accumulata nel cannone, hanno perso i sensi alla partenza del proiettile, ma a poco a poco sono rinvenuti, con solo qualche graffio. La piccola astronave è avvolta dall’oscurità dello spazio, ma quasi subito si avvista una sorta di piccola Luna, un altro satellite della Terra sconosciuto ai più ma individuato dall’astronomo francese Petit, che punta dritto verso di loro. L’impatto viene evitato per un pelo, e il viaggio continua, tra l’esultanza dei tre gentiluomini. Ma ci sono molte faccende pratiche che incombono: bisogna controllare i cani (i compagni non sospettano inoltre che Ardan ha portato con sé galli e galline con l’idea di metter su un allevamento selenita), bisogna purificare l’aria mediante l’ingegnoso apparecchio Reiset e Regnault a base di potassa, bisogna fare osservazioni e calcoli...

Pubblicato da Jules Verne a furor di popolo ma quasi con riluttanza a 5 anni di distanza da Dalla Terra alla Luna, il sequel Intorno alla Luna ha avuto un impatto profondo sull’immaginario collettivo (chi non ricorda l’immagine del disco lunare tramutato in viso umano con il proiettile piantato nell’occhio tratta dal film di Georges Méliès Viaggio nella Luna, per esempio?) ma è un libro molto deludente. E non – si badi bene – a causa delle molte ingenuità scientifiche, che sarebbe ingeneroso e anche un po’ stupido sottolineare. Quello che non va è che manca il fascino, la tensione è assente, di azione nemmeno l’ombra: i dialoghi tra i personaggi sono esclusivamente pretesti per esprimere questa o quella teoria, e ironicamente è proprio tra le opinioni di Ardan - che verosimilmente Verne trovava ridicole - che si trova l’intuizione più brillante dell’intero romanzo, e cioè che gli innumerevoli crateri disseminati sulla superficie lunare siano i segni di impatti con asteroidi e non di attività vulcanica come sostengono Barbicane e Nicholl (e di conseguenza anche l’autore). I protagonisti, primi uomini a navigare nello spazio, non sembrano emozionati più di tanto, non si interessano minimamente della loro incolumità, non danno segni di disperazione ma solo di garbata delusione alla scoperta che la Luna è disabitata e quindi non potranno trovare sostentamento né l’aiuto sul quale facevano affidamento - con sfrenato e immotivato ottimismo - nell’organizzare il viaggio di ritorno verso la Terra. Sembra d’essere al circolo, più che in circolo nello spazio, lungo una traiettoria ignota. E i circoli - si sa - sono posti noiosi.



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