Intrigo

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La vecchia bottega dell’orologiaio è chiusa. Al suo interno Felix, nel chiaroscuro della stanza, il monocolo infilato nell’occhio, può finalmente concentrarsi sul suo progetto. All’interno di una piccola scatola verde recuperata dall’immondizia sta inserendo fili elettrici, tubi con l’esplosivo e una vecchia sveglia come detonatore. Pur essendo solo in quella vecchia e silenziosa stanza di tanto in tanto volge lo sguardo alle sue spalle con circospezione e un filo di tensione. Per la preparazione dell’ordigno adopera solo il suo ingegno e i rudimenti arrivati in passato da un giovane artificiere sovietico. L’ultima volta che è stato a trovare figlia e nipoti a Gerusalemme ha incontrato una sua vecchia conoscenza, Vitka Kovner. Era stata come lui artificiere in decine di assalti contro i nazisti nella foresta di Rodniki, a una quarantina di chilometri da Vilna, oggi zona divisa fra Lituania e Bielorussa. Lì ebrei e russi attaccavano e poi tornavano a rifugiarsi sotto la cupola verde dove ancora oggi ci sono i resti dei rifugi scavati per sfuggire ai ricognitori della Luftwaffe e dove i partigiani oltre a combattere dovevano proteggere le vite di vecchi e bambini sfollati dai ghetti per non farli finire negli ingranaggi dell’inesorabile macchina di sterminio guidata da Hitler. Vitka è la risposta vivente a chi ancora oggi sostiene che gli ebrei erano sfilati nelle camere a gas senza nemmeno tentare un’opposizione al nemico nazista. Dopo circa tre ore Felix controlla con circospezione l’ordigno terminato e pronto all’uso che troneggia sul suo tavolo. La preparazione è giunta al suo epilogo. Finalmente dopo cinque anni di rimuginamenti sul da fare ora è alla resa dei conti. La bomba è pronta. Ma lui? Agire a sangue caldo in guerra è un conto, ma dopo tanti anni ha ancora senso? Nessuno, nemmeno quell’ordigno potrà riportare in vita suo figlio e sua moglie, né farà uscire dal suo limbo depressivo Sara che dell’Olocausto ne ha fatto una nevrosi e che per tutti quegli anni lo ha sopportato. O restituire un’infanzia serena e dare risposte alle domande che per anni sua figlia Vera si è fatta su di lui, su sua madre, sulla loro storia. Ma. Ma “[...] I criminali non devono mai morire di morte naturale. Non possono pensare di averla fatta franca”...

Eric Salerno, giornalista esperto di questioni mediorientali e corrispondente de “Il Messaggero” conosce perfettamente la tragedia della Shoah, essendo figlio di un’ebrea russa sfuggita alle guardie bianche dello Zar e di un comunista espulso dagli Stati Uniti nel 1950 perché considerato sovversivo ‒ storia che troviamo raccontata in un suo precedente romanzo, Rossi a Manhattan. E di fatti in questo che è una via di mezzo fra un romanzo e un saggio storico Salerno mette impietosamente a nudo le pecche della Storia ‒ e dell’Occidente tutto, che quell’orrore ha in qualche modo protetto ‒ su quella che è indiscutibilmente la sua più indelebile e mai rimarginata ferita, l’Olocausto, e soprattutto le sue conseguenze. E lo fa da una prospettiva inaspettata. Quella dei partigiani ebrei cacciatori di nazisti, che richiamano alla memoria i “Bastards” di Tarantino grazie al vecchio orologiaio ebreo Felix, costretto dopo aver perso per mano tedesca moglie e figlio a dover ora provare a ripartire dal ghetto ebraico di Melbourne, dove con la sua compagna Sara e sua figlia Vera cerca di ricostruire quell’identità perduta e frantumata dalla persecuzione nazista, fianco a fianco proprio di quei nazisti che scampati alla giustizia dei posteri vivono ora sotto falso nome e cercando di mascherare la proprio storia mangiando, lavorando, ridendo e vivendo accanto alle loro vittime. Ma nemmeno il giustizialismo assetato di vendetta dell’orologiaio potrà estirpare quell’orrore, perché qui sono tutti sconfitti, sia le vittime che i carnefici. E allora ‒ visto che non solo le colpe si tramandano di generazione in generazione, ma anche le ferite ‒ toccherà a Vera, la figlia di Felix, trovarsi faccia a faccia con un nuovo, inquietante mistero.



 

 

 

 
 
 
 

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