Intuizioni

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C’era una volta… anche se questa non è una favola, ma una specie di incubo. Dunque, c’era una volta una tavola imbandita alla quale lei stava seduta assieme a suo padre e a sua madre. C’erano mele, tartine rotonde e una grossa oca arrosto. Accanto ai suoi genitori sedeva uno sconosciuto e i tre commensali la fissavano insistentemente, aspettando che continuasse a parlare del suo fidanzamento con quest’uomo che lei non conosce. Ecco: la favola, l’incubo, comincia così, a metà di un pranzo durante il quale altri pretendenti continuano ad arrivare, sempre più numerosi, sempre più irritati per il suo silenzio e sgomento… Ogni villaggio ha avuto il suo ragazzo selvatico che poi ha allevato e istruito. Quando Victor è arrivato da lei, alla porta della sua scuola di danza, era poco più che uno gnomo. “Perché non vi arrischiate a educare il giovane selvaggio?” le aveva detto il filosofo Portesquieu. “Può essere che ballando la gavotta, si faccia una ragione del mondo in cui viviamo”. E lei ha raccolto la sfida e insegnato al giovane selvaggio a danzare anche se, per tutto il resto, i progressi tardano ad arrivare. Quando lei lo interroga sul galateo di corte, ecco che Victor risponde tutto d’un fiato “Moltobenegraziepiacerediconoscervivoicomestate?”, masticando le parole come fossero brandelli di carne. Masticare è il suo gioco preferito, ecco qualcosa che il giovane selvaggio non riesce a proprio a smettere di fare... E se la fine del mondo non arrivasse tutta in un colpo, spazzandoci via, ma fosse un qualche cosa di centellinato? Gli oggetti scomparirebbero uno alla volta, con l’imprevedibilità ad aumentare l’ansia. Ora un bicchiere, ora il telefono, ora la bicicletta, ora il gatto. E poi forse anche lui, che non risponde più al telefono e non torna a casa. Fa l’architetto, continua a progettare costruzioni nonostante tutto stia scomparendo. Perché, diceva, “ti avrebbe reso felice aggiungere anche solo una cosa al mondo condannato alla sottrazione totale”. E forse ha ragione. Fino a che non se ne va anche la luce e tutto piomba nel buio. O è sparita la lampadina o stavolta è toccato a lei…

Il surreale nasce dalla normalità. Non è fantascienza, non è completa e pura invenzione. Parte dalle piccole cose normali, dalla quotidianità e dai suoi oggetti, le stravolge fino a mostrarcele sotto una nuova luce. Una lente che racconta gli oggetti al microscopio, mostrandoci l’invisibile che c’è ma che altrimenti non vedremmo. Scrivere è come usare una macchina da presa, dichiara Alexandra Kleeman, per ingrandire un particolare che era sullo sfondo e renderlo visibile. Ed è un esperimento riuscito, il suo, che in Intuizioni traghetta la vita di tutti giorni verso un qualcosa che ci confonde pur riconoscendone la forma. Certo, non è semplice l’approccio, non è scontato. Non tutti amano questa prospettiva, forse non sentendone la necessità. Bisogna pensare a ciò che si legge. Anzi no, è esattamente il contrario: bisogna non pensare e lasciarsi andare, come quando ti getti all’indietro e i tuoi compagni ti afferrano prima che tu cada. Bisogna fidarsi del nocchiero, accettare l’inverosimile e immaginare. “La nostra famiglia, come altri luoghi di aggregazione, possiede una struttura a nido. Mio padre è quello che ne sa di più e pertanto ci conosce meglio di quanto conosciamo noi stessi: potrebbe sognarci e non noteremmo la differenza (..). Vivremmo dentro di lui come in una casa, una grande casa bianca con due finestrelle che si aprono sulla facciata”. Questo è un padre matrioska, che contiene moglie e figlia. Una situazione surreale, naturalmente, eppure eccolo lì, seduto al tavolo, mentre gioca con noi a Molte Domande. Normalità e stranezza convivono nello stesso tempo e nello stesso luogo, sono addirittura sinonimi, dice ancora Alexandra Kleeman, insegnante di scrittura creativa alla Columbia University. Dopo il romanzo Il corpo che vuoi, in Intuizioni la scrittrice raduna proprio come animali smarriti, o ragazzini selvatici come il protagonista del racconto La maestra di danza, dodici racconti che appaiono come frammenti di altre storie, di trame fratturate che qui trovano il loro unicum in tre parti simboleggianti l’apparire, l’esserci e lo scomparire in una dissolvenza pacata, senza strappi, così come tutto dovrebbe essere.



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