Invisibile

Invisibile
Mettetevi nei panni di Adam Walker. Siete un ventenne dall’aria tormentata e con una idea quanto mai confusa del futuro, un giovane che studia Letteratura alla Columbia nel 1967, decisamente bello ma affatto consapevole di ciò, perché tutto orientato verso i mondi incantati della poesia. Se foste nei suoi panni e mentre state in disparte ad una festa incontraste un ricco professore di origine francese che, lì su due piedi, vi offre un lauto compenso per fondare e dirigere una rivista letteraria, voi che fareste? Io ci cadrei dentro con tutte le scarpe, esattamente come succede al buon Adam. Dimenticavo, al fianco del professor Rudolf Born c’è la silenziosa e affascinante Margot, trentenne francese che parla pochissimo ma sprizza erotismo a ogni battito di ciglia. Ovvio che, da questo momento in poi, la vita di Adam Walker cambi per sempre. Chi sono esattamente Born e Margot, cosa vogliono da questo imberbe studentello idealista e un po’ sprovveduto? In quale strano meccanismo lo stanno attirando?
Non vi rivelerò cosa accadrà una sera in un vicolo scuro di New York dalle parti di Riverside Drive, ma sarà un evento del tutto inaspettato, non solo per il giovane protagonista, ma anche per noi lettori che, fino a questo momento della narrazione, per nulla al mondo avremmo immaginato una simile svolta. Sappiate però che, in questo romanzo di scatole cinesi, ciò che andate leggendo nella prima parte del libro è il manoscritto che riceve quarant’anni dopo James Freeman, lontano compagno di università di Adam Walker, che ritroviamo sessantenne e malato terminale. Prima di lasciare questo mondo Walker vuole fare i conti col passato e lo fa scrivendo. Sembra quasi di sentire il frusciare dei fogli con i quali entriamo nella vita di questo personaggio, fino a scoprirne le intimità più indicibili e imbarazzanti, il senso di colpa con cui ha convissuto per tutta la sua esistenza, i rapporti che ha intrattenuto con la sorella Gwyn, con la giovanissima Cécile, colta, intelligente e innamorata, con la madre di lei, Hélène e, naturalmente, con la sexy e sofferente Margot. In questo meccanismo narrativo perfetto, in cui il presente si incastra a fogli manoscritti e pagine di diari, i protagonisti viaggiano nel tempo e nello spazio: da giovani tonici e idealisti, li ritroviamo vecchi, flaccidi e disincantati, ma con l’amara consapevolezza che la vita è data esclusivamente dalle azioni che noi stessi compiamo. Sullo sfondo gli Stati Uniti straziati dalla guerra in Vietnam e una Parigi meravigliosa, bohemienne e borghese allo stesso tempo, dove si cominciano a percepire i primi umori sessantotteschi. Paul Auster ha dato fondo a tutto il suo talento, intrecciando insieme tragedie familiari, fatti privatissimi, con i grandi sconvolgimenti epocali del novecento. Tuttavia, in questo flusso di tempi e di luoghi, Auster mantiene saldissimo il controllo sui suoi personaggi, che sa rendere così realistici e prossimi al lettore fino al punto di farcene sentire la mancanza quando il libro finisce. La scrittura è tesa, sapiente, funambolica, passa dalla prima alla terza alla seconda persona, va fino in fondo nel meccanismo mimetico e ci fa sentire il progressivo avanzare della malattia del protagonista accorciando le frasi, sottraendo man mano i dettagli, facendoci percepire il rantolo della morte dietro parole che si fanno via via sempre più scarne. E poi, da grande scrittore, Auster non ci dice tutto. Fa in modo che certi aspetti della storia rimangano sospesi, perché la vita non dà tutte le risposte nemmeno a chi è capace di indagarla con tanta maestria. Il vero romanziere sa - da Henry James in poi - che ciò che più ci spaventa e ci ricordiamo in una storia è proprio la sua parte invisibile.

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