Io canto il corpo elettrico!

Io canto il corpo elettrico!

Uno straniero e un vecchio cacciatore si trovano a discutere, in un piccolo e impolverato bar, sulla morte di un vecchio. Secondo lo straniero, probabilmente un giornalista, la tomba in cui è sepolto non è quella giusta. Per rimediare, una volta usciti dal locale, mostra al cacciatore la sua macchina del tempo. La data impressa sul dispositivo è il 10 gennaio 1964: una data importante, questo lo sa anche il cacciatore… Quattordici uomini si trovano insieme nei pressi di un castello. L’impressione che dà l’imponente struttura è però quella di una casa delle bambole, perché sembra proprio un giocattolo in mezzo alla neve. Hanno portato i fiammiferi, ma più si avvicinano a quel castello, più manca in loro la sicurezza sul da farsi. Darlo alle fiamme? È certo quella la cosa più ovvia. Anche il vecchio lord Kilgotten, il padrone del castello, sa quali sono le intenzioni dei temerari visitatori, che agiscono per celebrare la Libertà, ma non sembra affatto sconvolto dalla loro presenza… Peter Horn e sua moglie Polly Ann hanno desiderato tanto e atteso a lungo un bambino. Di sicuro non immaginavano sarebbe potuto nascere con quell’aspetto: una piccola piramide azzurrina che piange e si agita sul tavolino della nursery dell’ospedale. Peter lì per lì pensa che i medici e gli infermieri abbiano organizzato un grottesco pesce d’Aprile. E invece Py è proprio loro figlio…

Ray Bradbury prende in prestito il titolo di una fra le sue più famose raccolte di racconti dall’omonima poesia di Walt Whitman e ne riprende in parte la poetica e il senso più profondo. Nei diciotto frammenti che compongono la raccolta di Bradbury, pubblicata per la prima volta nel 1969, c’è un ordito di trame che affrontano tematiche che hanno a che fare con diverse tipologie di corpi: talvolta arrivano da un’altra dimensione, altre volte sono robotici, altre volte alieni. Ci sono echi di scrittori e personaggi storici nei racconti, da Hemingway che compare nel primo racconto (La macchina del Kilimangiaro) fino agli echi delle Uova fatali di Bulgakov ne Il Motel dei Polli Ispirati, da Abraham Lincoln che diventa un pupazzo animato nel racconto A Gettysburg, sottovento a Dickens che compare fra le pagine di Tutti gli amici di Nicholas Nickleby sono amici miei. Come si può capire, la scrittura di Bradbury è molto più complessa, profonda e articolata di quel che appare a una prima lettura, e le tematiche fantascientifiche sono soltanto uno spunto che racchiude una maniera di intendere il lavoro dello scrittore che ha a che fare con la ricerca stilistica, certo, ma ancor più con la ricerca antropologica e letteraria che caratterizza tutte le opere dell’autore britannico, e sicuramente raggiunge in questa raccolta il suo culmine. Dal punto di vista puramente narrativo, il libro si rivela meno interessante per un amante della fantascienza rispetto a opere ben più dense di prosa poetica come Cronache Marziane, o di azione come Fahrenheit 451: Bradbury qui si diverte a riportare in vita e giocare con miti letterari del passato, dando loro una dimensione che mescola tecnologia e ispirazioni fantasy. Neppure Cristo è immune dal divertissement, l’ultimo racconto è una canzone metrica dal titolo Cantata che celebra l’ottavo giorno della Creazione in cui il poeta contemporaneo, diviso fra tecnologia e religiosità, così salmodia: “Le missioni di Apollo si mettono in marcia e cercano Cristo, E si domandano, mentre frughiamo con lo sguardo fra le stelle: Lui, le ha conosciute queste?”.



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