Io che uccidevo le bambole

Io che uccidevo le bambole
In un letto del reparto di Rianimazione dell’ospedale di Lucca un uomo giace paralizzato dalla testa in giù. E’ reduce da una rovinosa caduta dentro a uno scavo aperto per lavori di sistemazione alle tubature, che gli ha spezzato l’osso del collo. Un sussidio tecnologico, basato su sofisticati meccanismi, cerca disperatamente di tenerlo in vita. Ma mentre il trascorrere del tempo è scandito dal lento percorso del liquido lungo la flebo, la sua mano gelida e gli occhi verdi spalancati sul soffitto preludono ad una morte ormai imminente. Il figlio, condizionato dal presentimento della perdita, ne scruta il volto e ne rievoca alcuni momenti di vita in comune. Fruga nei propri ricordi, scandaglia nella memoria alla ricerca di episodi legati agli anni dell’adolescenza e della giovinezza. Quando il padre cercava di spiegarli la matematica con tono puntiglioso, oppure di trasmettergli un’educazione rigida e molto formale, basata non su metodi severi, ma con lezioni ricavate da una straordinaria ricchezza intellettuale. Un’educazione mutuata sul pensiero degli antichi Greci, improntata nel richiamo ai valori di una ragione capace di assoggettare ogni forma d’intemperanza. Storie perdute lungo la strada da oltre mezzo secolo, attraverso le quali entriamo in punta di piedi nella vita di un uomo che pare non conoscere il valore di una carezza, che non indulge mai in una nota affettuosa, ma che riesce comunque a salvaguardare la vita dei propri famigliari nel drammatico periodo della Seconda Guerra mondiale…
Saremmo tentati di dire che Umberto Cecchi non ha bisogno di presentazioni, se non ci appartenesse l’amara consapevolezza che viviamo in un paese che annovera pochi lettori della carta stampata. E allora ricordiamo che l’autore, già direttore del quotidiano La Nazione, è conosciuto dagli specialisti per i suoi reportage giornalistici realizzati per oltre trent’anni sui più sanguinosi scenari internazionali di guerra. Ma esce ora con un libro che è quanto di più lontano dalle cose scritte in precedenza e merita una lettura diversa e più approfondita. Si intitola Io che uccidevo le bambole e contiene pagine autobiografiche, nelle quali Cecchi perlustra vaste zone della propria vita per ritrovare - mediante la rilettura del legame con la figura paterna - le ragioni di un percorso intellettuale ed esistenziale denso e complesso. Un libro ben fatto e sorretto da una raffinata essenzialità espressiva, mai commovente e retorico. Ma piuttosto un’opera di memoria incessante, che ha il tono e l’affranta autorevolezza di un uomo che si specchia nell’irriducibile condizione di un padre introverso, scontroso e chiuso nei rigori di un antico pudore. Ma dalla quale affiora in tutta la sua evidenza un nodo esistenziale capace di gettare luce sugli aspetti più reconditi della propria vita, generando una nuova e inattesa forma di consapevolezza, che coglie l’autore e appassiona il lettore.

 

 

 

 
 
 
 
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