Io, François Villon

Io, François Villon
30 maggio 1431, Parigi. Il bambino è nato in giorni di morte. Quando è venuto alla luce - in un lercio ospedale, tra le grida dei morenti - il suo giovane padre era appena stato impiccato per aver rubato (forse) una camicia stesa ad asciugare, e Giovanna d'Arco stava salendo sul rogo. La madre del piccolo François è un'adolescente con i capelli biondi, le lentiggini e le orecchie mozzate in quanto ladra: i due vivono in una capannetta di fango in riva alla Senna. Un grigio giorno di novembre di sei anni dopo, François e la madre stanno assistendo tra la folla giubilante all'entrata di Re Carlo VII nella capitale riconquistata. La ragazza, eccitata, afferra una corona di rose dal cestino di una venditrice e la mette sul capo del figlioletto: è un gesto innocente e giocoso, ma in un attimo le grida di “Al ladro, al ladro!” si levano tra la folla, e la madre di François viene arrestata. Condannata a morte perché recidiva, la povera ragazza affida l'orfano a Guillaume de Villon, canonico e cappellano di Saint-Benoît-le-Bétourn, un uomo mite che si è sempre mostrato tenero e gentile con lei, chiedendogli di garantire un'istruzione e una vita tranquilla al piccolo François. Passano gli anni, e l'orfano poverissimo ha lasciato il posto a uno studente anticonformista e sprezzante, che passa le serate ubriacandosi con gli amici, organizzando orge o atroci beffe ai danni di gente che conta, oppure rubando le insegne dipinte a mano dei negozi di Parigi... François Villon, vero nome - probabilmente - François de Montcorbier, ha avuto un impatto micidiale sulla cultura occidentale, e non solo per il suo straordinario talento poetico. Senza di lui probabilmente non ci sarebbero mai stati non solo Baudelaire, Rimbaud o Bukowski, ma nemmeno Jim Morrison o Kurt Cobain, per dire. Cioè non sarebbe mai esistita (o avrebbe avuto una storia diversa) la corrente culturale ed estetica che fa dell’ammirazione per le vite sbandate, i maudit, il degrado, la sfrenatezza sessuale, il rifiuto del conformismo, le cattive compagnie, gli abusi di sostanze e le pulsioni autodistruttive la sua stella polare. Comprensibile quindi che la parabola umana e artistica di Villon da secoli affascini saggisti e romanzieri: tra i libri più riusciti sulla sua figura c’è proprio questo Io, François Villon che unisce il ritmo del romanzo storico propriamente detto ad atmosfere più decadenti, in puro stile Grand Guignol. Le descrizioni spietate e violente della vita quotidiana del XIV secolo colpiscono come un pugno allo stomaco e ricordano vagamente quelle che hanno reso celebri Patrick Süskind e il suo Il profumo. Eppure – nonostante sia difficile crederlo oggi – non si tratta macabre esagerazioni, ma semplicemente di precisione documentaristica: nella Parigi di François Villon era davvero considerato normale fare allegramente colazione in una piazza nella quale stavano bollendo vivo un uomo urlante come si fosse a una sagra paesana, gli omicidi e gli stupri erano all’ordine del giorno, la vita media era di poco superiore ai 30 anni, e persino consumare pasticci a base di carne umana disseppellita non era poi così assurdo. Questo non vuol dire che nel romanzo di Jean Teulé (attore, sceneggiatore, scrittore, compagno dell’attrice Miou-Miou) manchino le trovate di pura fiction, attenzione, ma sono tutte riferite alla vita privata e amorosa del grande poeta (e alla sua carriera criminale, che qui diventa un’epopea fosca e terribile). Del resto della vera esistenza di Villon si sa poco, e le uniche fonti a lui contemporanee pervenuteci sono sei documenti amministrativi relativi ai processi cui fu sottoposto, scoperti dallo scrittore Marcel Schwob alla fine dell’800. Ezra Pound amava dire che la poesia di Villon è reale perché egli la visse. Grazie a questo romanzo diventa se possibile ancora più reale e più viva.

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