Io Khaled vendo uomini e sono innocente

Io Khaled vendo uomini e sono innocente

Khaled si trova a casa della madre, che lo rimprovera perché non va a trovarla tutti i giorni. La donna è stanca, vuole capire le ragioni dell’improvviso benessere economico in cui si trova a vivere il figlio. Khaled si stupisce, chiede le ragioni per cui in casa quando va via la luce lei non usa il potentissimo generatore di corrente che le ha regalato, - “(…) è costato cinquecento dollari, è il migliore sulla piazza. Neanche nelle ambasciate a Tripoli hanno un generatore cosí potente. Fa tanta energia che ci potete illuminare a giorno tutto il quartiere”. La madre replica che i regali devono essere puliti. Che quando manca l’elettricità, piuttosto che usare il sofisticato generatore di Khaled lei preferisce il buio per pensare, pregare e parlare a voce alta. Non ci sono segreti in Libia, la gente sussurra e i sussurri sono lame di coltello che lacerano la coscienza della vecchia donna. Poi ricorda a sé stessa e al figlio i tempi di Gheddafi, quando i ragazzi erano costretti a un demagogico lavaggio del cervello fatto a scuola, al culto della personalità imposto dal dittatore. “Non vi abbiamo potuto educare alla resistenza — pensa a voce alta — avevamo paura, paura per voi”. Khaled non si capacita circa le ragioni del rifiuto della madre ad approfittare dei regali che lui le fa. Immagina pure lui Santana, il nomignolo con cui in casa chiamavano Muammar Gheddafi che torna redivivo nel proprio paese e ride dei libici. Che guarda le sue collezioni di armi, la sua Magnum 357 Smith & Wesson, i suoi stivali di pelle, la bella Browning placcata d’oro e i suoi fucili d’assalto, e cerca pure il suo amuleto, proprio il portafortuna che aveva addosso quando è stato catturato dai ribelli…

Francesca Mannocchi, giornalista esperta di Nord Africa e di questioni mediorientali, sceglie un intelligente espediente narrativo per descrivere gli orrori dei lager libici e il generale clima di anarchia che regna nel paese africano e piuttosto che il reportage, opta per il romanzo autobiografico, il genere autofiction, se proprio vogliamo inserire l’opera nell’ambito delle note categorie editoriali. L’obiettivo è ovviamente quello di documentare nella maniera più minuziosa possibile le inenarrabili violenze che subiscono i migranti in Libia. Così Khaled, la voce narrante, racconta senza edulcorazione alcuna, in maniera diaristica e personale, del commercio di uomini che si compie in Libia dall’arrivo dei camion provenienti da varie regioni africane e del medio oriente sino alla partenza dei gommoni verso l’Italia. Racconta le violenze nei campi, le vessazioni cui sono sottoposti coloro che abbandonano il proprio paese in cerca di benessere, trattati già all’arrivo in Libia al pari di oggetti di scambio senza rispetto alcuno, senza l’osservanza degli elementari principi etici dell’ospitalità e della cura così importanti tra i beduini. È una perdita di umanità quella che emerge dalle singole storie di uomini e donne storie violentate dalla storia più che dalle singole circostanze, pur dolorosissime. Brutalità subite e inflitte si susseguono tra le pagine del libro e di certo la finalità ultima della narrazione è quella di individuare ancora una volta la verità attorno a vicende che ci passano sotto gli occhi e che spesso osserviamo con superficialità. In fondo l’ottimo giornalismo serve a questo e il libro, seppur in certi passi desta orrore, appare di rilevante importanza documentaristica perché di inventato non contiene proprio nulla e anzi contribuisce ad aggiungere un tassello di verità a un’immane tragedia dei nostri tempi che si sarebbe potuta evitare mediante accorte e condivise politiche all’interno dell’Unione europea. Sullo sfondo di tutto, a far da contraltare alle singole storie vi è difatti l’amara constatazione, tutta giornalistica, seppur mediata dalle riflessioni di Khaled, del fallimento delle sommosse definite trionfalisticamente ed a beneficio dell’opinione pubblica europea “primavere arabe”, tutte eterodirette e strumentalizzate a fini imperialistici, tutte purtroppo risolte nella repressione e nell’anarchia politica ed economica. Tutte conclusesi tragicamente senza dar voce alcuna al bisogno di democrazia che le popolazioni del Nordafrica esprimono a tutt’oggi.



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