Io non sono esterno

Io non sono esterno
Il ragazzino non sa più nemmeno da quanto tempo è che Lui, suo padre, l'ha rinchiuso lì sotto. Il posto è buio, angusto, zozzo, carico di umidità, insetti e cattivi odori. Dall’esterno si sente solo lo sferragliare della ferrovia, l’ululato delle auto che sfrecciano in tangenziale e l’abbaiare di qualche cane randagio e derelitto come tutto ciò che abita quel miserabile pezzo di Puglia lontano dal mondo. Di sopra sente le giornate dei suoi genitori scorrere come quando la sua vita aveva ancora un po’ di luce e calore. Le urla del padre quando torna ubriaco e sul pavimento prende da dietro sua madre fino a farla piangere, le preghiere della donna sfinita dal dolore, le risate sguaiate di Lui che confabula col suo amico, lo sfasciacarrozze, progettando chissà quale nuova bravata. E poi le urla di piacere di sesso consumato dovunque e comunque, a esclusivo consumo di suo padre. In compagnia della sola Magnolia, una bambina immaginaria, il ragazzo prova così a sopravvivere, a trovare un senso a quell'inferno sotterraneo al quale pare persino dolcemente assuefarsi. Finché un giorno le porte di quella galera paiono spalancarsi...  
“Io non sono esterno. Non lo sono da un pezzo.” Questo il soffocato grido di dolore che dal buio lercio delle viscere della terra il protagonista di questa agghiacciante storia vomita in faccia al lettore. Seppellito vivo dal padre non si sa più quanto tempo addietro, il piccolo, già costretto per sopravvivere a dosi massicce di insulina per combattere il diabete e a tutori per reggersi su gambe e piedi malformati, scandisce le sue giornate alternando le descrizioni del mostruoso presente, ravvivato solo dalle saltuarie visite di Lui che si risolvono quasi sempre in botte da orbi, violenza carnale e siringhe di eroina – se non tutte e tre le cose contemporaneamente – ai ricordi, altrettanto violenti e anaffettivi di quando ancora abitava il mondo reale. Un mondo fatto di loschi figuri che sotto gli occhi inermi di sua madre, schiava consenziente delle mostruosità messe in atto dal marito – capace solo di farsi montare, menare o di preparare il caffè - e suoi, sfilano a casa loro, impegnati a organizzare losche azioni a delinquere per innominati e sfocati boss della Sacra Corona Unita. Un delirio senza fine costruito dal salentino Giuseppe Merico con una crudezza chirurgica dolorosa e claustrofobica che non ti permette mai di rifiatare. Ma la cosa più sconvolgente è che in questo mare promiscuo di lacrime, sangue, vomito e sperma, Merico riesce a non castrare il protagonista della potenza dell'amore paterno. La tenerezza, la passione, la dolcezza che il ragazzino oppone alla cattiveria, alla violenza e alla brutalità del suo genitore aguzzino-carceriere-violentatore è davvero qualcosa di commovente. Un libro senza dubbio doloroso, che ti imbratta di odio e sangue ma che alla fine riesce a riempirti di un amore malato, disgraziato, violento ma nonostante tutto vero e salvifico.

 

 

 

 
 
 
 
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