Io, Partenope

Io, Partenope

Roma. È l’anno del Signore 1653 e un misterioso uomo si trova nella cappella Carraro della chiesa di Santa Maria della Vittoria. È là per parlare con una donna: Giulia Di Marco. Per tutti, suor Partenope. Pur trovando strano che un uomo che non ha mai visto prima le chieda di raccontare la sua storia, lei si volta verso di lui e comincia dal principio. Gli racconta che è nata a Serpino, in Molise, fra il 1575 e il 1580: non lo sa di preciso, la sua famiglia troppo povera per ricordare le date di nascita di ciascuno dei cinque figli. A Giulia bastava sapere di esser nata sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII. Venne venduta presto a un mercante, per cinque monete. Dato che Gesù fu venduto da Giuda per trenta, non l’ha considerato un prezzo così ingiusto. Mastro Leonardo Colasanta le faceva fare le commissioni al mercato, era un venditore ambulante di pentole. Era stata comprata per stare a servizio. Non era tanto strano neppure che dovesse dormire assieme a quell’uomo. Pur avendo solo dieci anni, Giulia era consapevole che quella pratica notturna “in quei luoghi e in quei tempi per un’orfana come me era forse inevitabile, e con l’autorizzazione dell’arciprete diventava anche lecita”. Dopo la morte del suo padrone, e in seguito della sorella di lui, che l’aveva presa con sé a Napoli, Giulia tornò nullatenente e diventò una suora di strada, una bizzoca. La donna che più aveva segnato la sua vita fu Santa Teresa D’Ávila, e per lei fu spontaneo cominciare a pregare come la santa, in perfetta comunione con Dio. Ma al Sant’Uffizio di Roma la preghiera che suor Partenope insegnava ai fedeli di Napoli sapeva tanto di pratica non ortodossa, e quindi blasfema...

Sebastiano Vassalli lascia ai lettori il suo ultimo romanzo storico, pubblicato postumo a un mese dalla sua scomparsa. Io, Partenope esalta la femminilità e al contempo condanna la ferocia con cui la Chiesa, in tutti i tempi, ha sempre osteggiato il femminino, lasciando le figlie di Eva in un angolo della sua storia di santi e ordini monastici. La forza del racconto è animata dall’uso della prima persona: è la stessa suor Giulia a raccontare all’autore, e ai suoi lettori, la sua storia. Una storia in cui si trovano la miseria e la povertà del centro Italia del Seicento, l’anima eclettica di una città come Napoli in cui il cattolicesimo e il malocchio erano radicati allo stesso modo nella vita religiosa e quotidiana della comunità. In cui convivono le pratiche e le torture dell’Inquisizione e l’arte nuova di Gian Lorenzo Bernini che ha incantato Urbano VIII. Un ritorno ai tempi in cui le donne venivano temute, che riprende tematiche care a uno dei romanzi di Vassalli più noti e amati, La Chimera (Einaudi, 1990). Suor Giulia Di Marco è un personaggio storico realmente esistito, la sua comunità di preghiera – che attirò le ire e le persecuzioni del Sant’Uffizio – operò fino al 1605 in vico dei Mandisi (oggi Mannesi) nella città di Napoli, fino all’incarcerazione della donna per pratiche di stregoneria e all’abiura del 1610. Un viaggio che supera il tempo e lo spazio per tornare in un secolo lontano eppur vicino, ché il mondo cattolico non ha mai abbandonato l’idea della “colpa di Eva”.



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