Io sono Helen Driscoll

Io sono Helen Driscoll
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Fine anni ’50, Hawthorne, California. Tom Wallace è stato assunto da poco all’Ufficio Pubblicità della North American Aircraft, e si è trasferito nella ridente cittadina della Contea di Los Angeles con la giovane moglie Anne in una piccola villetta in affitto. I due hanno un bambino di pochi anni, Richard, e ne aspettano un altro. Come vicini di casa Tom e Anne si sono ritrovati per fortuna un paio di coppie giovani come loro: il cinico dongiovanni Frank e la fragilissima, repressa Elizabeth (anche lei incinta di sette mesi) e il passivo, bovino Ron e la civettuola Elsie, sempre scollatissima e ammiccante, che hanno una bambina dell’età di Richard. Poco lontano vivono poi i Sentas, i loro padroni di casa,  che hanno messo in affitto la villetta dopo che la sorella di lei, Helen, si è trasferita in un’altra città. Se non ci si lascia infastidire troppo dalle dinamiche familiari spesso sgradevoli dei vicini, si tratta insomma di un quartiere tranquillo e di una vita piacevole. Le serate si passano spesso insieme, si chiacchiera, si scherza, si flirta appena appena. Stasera a casa di Elsie e Ron c’è anche una novità succosa: il fratello di Anne, Phil, laureando in Psicologia a Berkeley e appassionato ipnotista. Quasi tutti sono scettici sui racconti incredibili del giovane psicologo, soprattutto Tom, che per scommessa accetta di farsi ipnotizzare davanti a tutti. Per un po’ si ride, poi per Tom tutto si fa buio. Al suo “risveglio” gli altri lo guardano in modo strano, sospettando che sia tutto uno scherzo: pare che durante la seduta di ipnosi abbia fatto e detto cose stranissime, persino ridicole. Tom giura di non ricordare nulla e ammette di doversi ricredere sul suo scetticismo, Phil da parte sua gongola, passa una mezzoretta e poi tutti a nanna. In piena notte, Tom si sveglia di soprassalto, col cervello in subbuglio. Si alza per bere un bicchiere d’acqua e in salotto vede qualcosa che gli gela il sangue nelle vene…

Il plot horror – seppure “catching” e gestito con la sapienza di un navigato sceneggiatore di Hollywood da Matheson (che nel 1958, anno di pubblicazione del romanzo, aveva poco più di trent’anni) – è la cosa meno horror del libro. Fa più paura, per esempio, la scelta di tradurre il titolo A stir of echoes (Un tumulto di eco, più o meno) con lo scellerato Io sono Helen Driscoll, che in pratica spiattella sin dal titolo i due – sì, due - colpi di scena più importanti del romanzo. E molto più spaventoso ancora è il nero groviglio di rancori e bugie che avviluppa alcuni dei protagonisti e che l’autore racconta con energia e sdegno, in linea con la sua proverbiale attenzione ai temi della coppia e della genitorialità. Una macabra storia di spettri (con una sterzata improvvisa sul tema della possessione nella sequenza più raggelante del romanzo) e l’amara cronaca di miserie matrimoniali assortite: entrambe le linee narrative acquistano forza e capacità straniante dal contrasto stridente con l’ambientazione da “Pleasantville”: casette linde e pinte, pratini perfettamente rasati, gonne larghe, capelli à la Doris Day, torte alle mele nel forno. E morte nel cuore.

 


 

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