Io sono il Nirvana

Io sono il Nirvana

Si trascina piuttosto faticosamente, nonostante non sia certo un vecchio, da un lato all’altro della stanza, che è grandissima e rispecchia la sua solitudine. Il letto è un groviglio informe ed enorme di coperte e lenzuola, come un mare in tempesta. Il materasso è, come il suo cuore, bruciacchiato, bucherellato un po’ dappertutto e pieno di cicatrici. La sua mente è vaga, confusa, a voler usare un raffinato e pudico eufemismo. Ciabatta neghittosamente sulla moquette, si accende, tanto per fare una cosa nuova, una sigaretta. Le luci sono spente. Le serrande abbassate. Si crogiuola nella penombra. Pensa a Courtney, la sua bellissima moglie che ha l’amore nel cognome d’arte. Si rende conto che è già una settimana che non si fa vivo con lei. Si chiede cosa mai stia facendo. Si domanda cosa stia facendo la piccola Frances Bean, sua figlia. Si chiede cosa stiano facendo i suoi amici. Si domanda quali amici, visto che in effetti, a parte forse l’eroina, non ne ha. Potrebbe fare tutto, ma in realtà non ha voglia di fare nulla. Spegne il mozzicone di sigaretta dentro a un bicchiere. Pensa alle persone della sua vita. Si aggira per la casa, che è enorme: tutto è sproporzionatamente grande e lui si sente sproporzionatamente solo, alla deriva, in balia di un vero e proprio fortunale…

È uno dei più importanti membri del club, per lo più composto da musicisti, dei 27. Un club al quale però nessuno di norma si augura di prendere parte, perché è vero che “è caro agli dei chi muore giovane”, ma ventisette anni sono davvero pochi per lasciare questa valle di lacrime, ed è un gran peccato sprecare egoisticamente il dono del talento – e il suo è a dir poco sopraffino – per vivere alla propria irresponsabile maniera tra ogni genere di dipendenza. Però questo è quanto, e non ci si può far nulla, ognuno è libero, ci mancherebbe altro!, di far quel che crede senza far del male agli altri (ma a sé, con ogni evidenza, ne fa eccome, probabilmente perché impossibilitato a far tacere in altro modo che non sia ardere di continuo come un fuoco per credere di sentirsi vivo il ronzio asfissiante del dolore di esistere). Kurt Cobain era un mito – il cantore di una generazione e delle sue istanze – già in vita, morendo – e le illazioni su come sia effettivamente andata, a prescindere dal colpo di fucile esiziale, si sono sprecate e si sprecano – è assurto al ruolo di leggenda, persona e insieme personaggio: Andrea Biscaro, che si definisce sul suo account Twitter come amante della pittura del XIX e XX secolo, della letteratura, in particolare di Françoise Sagan, e dei gatti, oltre che naturalmente come scrittore, che ha al suo attivo molteplici pubblicazioni, realizza un’opera compiuta, accattivante e trascinante che trascende il genere, un po’ reale romanzo – persino storico, in effetti, visto che gli anni Novanta a tratti paiono davvero lontanissimi – che ritrae con grande precisione un ben determinato Zeitgeist e un po’ cronaca documentatissima, con ritmo cinematografico, come se fosse un unico piano sequenza, che fa immergere nel tessuto narrativo ed empatizzare profondamente con l’artista e l’uomo immortalato nella sua immane fragilità.



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